Sliskovic: «La mia Bosnia ai Mondiali è un orgoglio, ma che tristezza per l’Italia»

Il “Maradona dei balcani” protagonista biancazzurro nel 1987 con Galeone. L’analisi sui problemi della Nazionale: «I talenti non vengono valorizzati»
PESCARA. L’Adriatico, questa volta, non divide soltanto due coste. Divide due stati d’animo. Da una parte l’Italia, ferma, in silenzio, ancora una volta fuori dai Mondiali dopo la lotteria dei rigori. Dall’altra la Bosnia, attraversata da un’onda di entusiasmo che parte da Sarajevo e si allarga fino alle città più piccole. Pescara e Zenica non sono mai state così vicine. Non per geografia, ma per quello che rappresentano in questi giorni: due punti opposti della stessa storia. Da una parte la delusione degli azzurri, dall’altra una festa che sembra non finire. «Nessuno se lo aspettava, è stato incredibile. Ma mi sento anche molto triste per l’Italia e per gli italiani: mi hanno dato tanto nella vita», racconta Blaž Slišković, per tutti Baka il “Maradona dei balcani”, con un sorriso largo, quasi in contrasto con le sue parole. È felice per la sua Nazionale, che ha allenato dal 2002 al 2006. Ma sotto l’entusiasmo resta una sfumatura diversa, più intima: un legame con l’Italia che nemmeno una notte così riesce a cancellare.
Baka, sta ancora festeggiando?
«(ride ndr) Sì, sono state belle giornate. Nessuno si aspettava di poter vincere e andare ai Mondiali. Abbiamo fatto un’impresa. Però mi dispiace veramente per l’Italia. È la terza volta che non si qualifica per la Coppa del Mondo e per una grande squadra e un grande paese come l’Italia è un po’ un disastro. Non posso immaginare quanti siano dispiaciuti».
Beh, lei sa come sono gli italiani..
«Sì, e anche per questo sono triste. Lì ho lasciato tanti ricordi, tanti amici e tanta gente a cui voglio bene e pensare che anche adesso rimangono senza questa soddisfazione.. è una tragedia»
Secondo lei, da uomo di calcio, qual è stato il problema dell’Italia?
«Niente di nuovo. Il primo problema è che il calcio in Italia, e in generale, sta diventando solo business. A me sembra incredibile che un bambino debba pagare per giocare, qui non succede e nessuno potrebbe permetterselo. Si pensa solo ai soldi. Secondo lei perché la Fifa quest’anno ha aumentato il numero di partecipanti al Mondiale? Perché è generosa? No, perché guadagna di più. Il secondo grande problema che avete è che se una persona vede il calcio italiano, dai dilettanti alle serie A, vede una differenza enorme tra giocatori italiani e stranieri. Ormai ci sono solo stranieri: ieri erano 5, oggi 7, domani saranno 8. Bisogna far capire alle società, ai presidenti, l’importanza di scovare talenti e soprattutto farli giocare. Tanti allenatori hanno paura di far giocare i giovani, hanno paura di sbagliare. Preferiscono raggiungere piccoli traguardi, come vincere un campionato dilettantistico, e non ragionano con una visione più grande. Le società devono supportare le scelte dei tecnici, liberarsi dalla paura e far giocare i talenti anche se hanno 16 o 17 anni. Anche perché nel calcio moderno fino a 19 anni ti possono considerare ancora giovane, ma a 22-23 sei già vecchio».
Che poi è un po’ quello che è successo in Bosnia, o sbaglio?
«Ecco, le parlo di una cosa. Quando la Nazionale bosniaca un anno e mezzo fa ha scelto il ct Barbarez, lui è arrivato e alla prima conferenza stampa ha detto: “Voglio creare una squadra per il futuro, giovane e grintosa”. Tutti hanno un po’ storto il naso perché, appunto, si punta magari a vincere un’amichevole piuttosto che pensare di andare a un Mondiale».
E cosa è successo poi?
«Che Barbarez è un grande. Abbiamo fatto delle partite in cui abbiamo perso anche 7-0, ma lui non ha cambiato idea. È rimasto sempre coerente con quello che aveva detto appena arrivato. È andato avanti con le sue idee e alla fine ha avuto ragione: i risultati sono arrivati e il paese ora lo acclama».
In effetti fa quasi impressione vedere Bajraktarević (2005) e Alajbegović (2007) presentarsi sul dischetto per un rigore così importante con quella sicurezza.
«Esatto, contro Donnarumma poi. Bajraktarević mi piace, ha una grande tecnica. Il ct ha saputo creare un grande gruppo di giovani talenti guidati da calciatori esperti come Dzeko e Kolasinac. Sono veramente contento».
Farete un bel Mondiale secondo lei?
«Vogliamo dare fastidio».
Tornando alla partita, cosa abbiamo sbagliato noi Azzurri?
«Non lo so, non me lo spiego. Anche perché l’Italia ha una squadra forte, ci sono dei campioni. Donnarumma ha vinto la Champions, Barella, Bastoni e Di Marco hanno giocato due finali in tre anni, Tonali lo vuole mezza Premier. C’è sicuramente un problema grande, interno che va risolto. Poi a livello tecnico secondo me non ha giocato benissimo».
Cioè?
«Non voglio andare contro Gattuso, però ho visto tanta paura. Ho visto una squadra chiusa dall’inizio, poi l’espulsione di Bastoni ha peggiorato le cose».
Lei che scelte avrebbe fatto?
«Probabilmente anche io avrei cambiato un attaccante per un difensore, ma avrei giocato più spavaldo, più a viso aperto. Sei l’Italia e stai affrontando la Bosnia, non il Brasile».
Ieri è arrivata la notizia dell’addio di Gattuso alla Nazionale, lei chi vedrebbe bene al suo posto?
«Non saprei. Se le devo dire chi ci vedrei bene come allenatore ti dico il mio compagno e capitano, il grande Gian Piero Gasperini».
Le piace come allenatore?
«A chi non piace, sta facendo una carriera straordinaria. Con l’Atalanta ha fatto un miracolo. Poi l’altro giorno mi ha incuriosito un dato. Ho visto una statistica degli allenatori che dal 1995 ad oggi hanno collezionato più vittorie, più punti. Lui è in terza posizione. Considerando che può allenare per altri 10 anni almeno, è destinato a diventare uno dei migliori per me».
Ma in campo si vedevano già le sue qualità di allenatore? Vedendolo si poteva prevedere secondo lei?
«Sì assolutamente. Quando finivano le partite lui era sempre lì a discutere su come avevamo giocato, su come avevamo fatto i movimenti, cosa potevamo correggere e cosa potevamo fare di più o di meno. A differenza di un altro mio compagno che poi mi ha stupito: Max».
Allegri?
«Esatto. A lui non fregava molto di questi aspetti (ride ndr). Non so forse perché era ancora giovane o perché magari era un po’ timido con noi. Ma sono contento che sia diventato un grande anche lui».
Siamo arrivati inevitabilmente al Pescara. Lo segue ancora?
«Certo il Pescara è nel mio cuore. Quest’anno è una stagione difficile, ma con l’arrivo di Insigne hanno cambiato modo di giocare e se continuano così ci sono grosse probabilità di salvarsi. Lo spero tanto. Una città e una tifoseria come Pescara merita di stare, neanche in B, ma in serie A».
E, invece, la sua Pescara com’era?
«Stupenda. Una squadra unica con giocatori di qualità e carattere guidati dal maestro Galeone. Oggi i giocatori pensano solo ai soldi, finisce l’allenamento o la partita e tutti a casa, ognuno per conto proprio. Noi andavamo a cena tutti insieme, ci vedevamo spesso a casa di qualcuno, facevamo gruppo e, soprattutto, ci volevamo bene. Ci aiutavamo a vicenda. Siamo stati una veramente grande famiglia, questo ci ha reso grandi».
Ogni tanto torna in città?
«Ora sono in Bosnia ed è un po’ che non torno, ma mi piacerebbe venire a fine maggio per l’evento che stanno organizzando in memoria del nostro mister Galeone. Mi manca Pescara».
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