Mancano i talenti, ripartiamo dalla tecnica nelle scuole calcio

Oltre al danno la beffa. Sinner, Antonelli, Bezzecchi, per favore, salvateci voi
PESCARA. Che fare? Una locuzione semplice non risolve un problema complesso, ma se non si parte dalle cause non si va da nessuna parte. L’Italia da incubo vista in Bosnia – gol mangiati e ingiustizie arbitrali non bastano a giustificare una pessima figura del nostro calcio – rimane nella mente. E non va via. L’equazione da seguire è elementare. Se abbiamo un problema di salute ci rivolgiamo al miglior medico possibile, se dobbiamo affrontare una causa delicata in tribunale scegliamo il miglior avvocato disponibile. E nel calcio? A chi se non ai campioni che hanno scritto la storia della nostra nazionale? I vari Baggio, Del Piero, Maldini e via dicendo.
E allora proviamo a sbloccare un ricordo. Sapete cosa sono le scuole di abilità? Le propose Roberto Baggio quando venne nominato presidente del Settore Tecnico della Figc 16 anni fa. Eravamo reduci dal deludente Mondiale 2010 e l’allora presidente della Figc, Abete, si rivolse al Divin Codino. Queste scuole servivano a monitorare i giovani talenti cercando di valorizzarne prima la tecnica e poi la tattica. Un dossier voluminoso di 900 pagine a disposizione della Federazione, pieno di suggerimenti, idee, progetti. Ebbene, sono lì, depositate in qualche cassetto polveroso della Figc dal 2011. Se qualcuno le avesse lette e dotate di fondi forse oggi non sarebbero stati due giovanissimi talenti bosniaci, Bajraktarević e Alajbegović, a farci vedere i sorci verdi sulle fasce. Se un ragazzino come Palestra, convocato in extremis per sostituire l’infortunato Di Lorenzo, è stato il migliore in campo qualche domanda è lecita. Una prima risposta la fornisce la lungimiranza del Cagliari calcio, la squadra con il maggior numero di italiani in campo (66%). E questo la dice lunga. Pensate che il Como, quarto in classifica, ha un solo italiano in squadra. Se poi aggiungiamo che Palestra è un prodotto del vivaio dell’Atalanta, costretto a lasciare Bergamo per giocare, il quadro è completo. E allora, come la costruisci una nazionale di calcio all’altezza della tradizione se manca la materia prima? E come li sforni i talenti se all’età di 8-9 anni li infarcisci di nozioni tattiche e non insegni loro come fare un dribbling? Chissà, forse mancano le piazzette e gli oratori, i muri e i sassi da evitare per imparare la tecnica. La verità? Troppe riunioni tecniche e pochi tunnel, troppo giochismo ed eccessivi bavagli alla fantasia. Se non ripartiamo da zero resteremo zero.
Il Brasile nel Mondiale in casa del 2014 prese una scoppola storica dalla Germania (7-1), si rimboccò le maniche e vinse la Coppa America nel 2019. Le grandi nazionali, dalla Spagna alla Francia, dall’Inghilterra alla Germania, hanno vissuto momenti bui, ma sono ripartite dagli errori e si sono costruite un futuro grazie alle scuole di formazione dei talenti, alle accademie. Hanno messo da parte la politica e si sono affidate allo sport.
Noi, invece, siamo ostaggi della politica che non si mette mai in discussione. E il presidente della Figc, Gabriele Gravina, di fronte al terzo mondiale consecutivo perso, non sente il dovere di dimettersi, come dovrebbero fare tutti i presidenti delle varie categorie, compresa la Lega calcio. Anzi, filosofeggia sulle differenze tra professionismo e dilettantismo. E così indispettisce i campionissimi degli altri sport, da Federica Pellegrini a Mattia Furlani, fino a Simone Deromedis. Oltre al danno la beffa. Sinner, Antonelli, Bezzecchi, per favore, salvateci voi.
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