Concordia, rosetano scampato alla morte

Di Febo era il tecnico degli spettacoli, ha rischiato di affogare per l'anello della fidanzata
ROSETO. Scampato al naufragio del Concordia, è tornato a casa a Roseto. Il rosetano Marco Di Febo era un membro dell'equipaggio della nave. A bordo svolgeva il ruolo di capo tecnico nel settore degli spettacoli. Con lui c'era, come ospite, anche la compagna, Kate Wysocka, una cantante polacca, la quale avrebbe iniziato a lavorare sulla stessa nave tra qualche mese. A Kate la crociera avrebbe dovuto riservare una sorpresa ben diversa da quella terribile che invece ha fatto il giro del mondo. «Avevo deciso di chiederle di sposarmi», svela infatti Di Febo, «ma non ho fatto in tempo a darle il mio regalo».
L'ANELLO PERSO. Per la sua dichiarazione a Kate, il rosetano aveva acquistato un anello che teneva ben nascosto in cabina e che avrebbe donato alla ragazza al momento giusto. Ha rischiato di morire per recuperare il suo dono d'amore. «Sono rientrato in cabina durante il naufragio ma non ho preso l'anello», racconta Di Febo, «pensavo che la situazione non fosse così drammatica. Poi, quando ho sentito il segnale d'allarme (i sette squilli brevi di sirena più uno lungo), ho tentato di recuperarlo, ma Kate mi ha urlato di non lasciarla da sola. E così ho fatto».
L'IMPATTO. «In quel momento ci trovavamo in teatro, a prua, dove era in corso lo spettacolo del Mago Martin (dal titolo quasi premonitore, cioè "Il testimone dell'impossibile"). L'urto è avvenuto a poppa, quindi noi non lo abbiamo avvertito come gli altri. Poi il black-out che è durato qualche secondo, ma anche in questo caso non ci siamo preoccupati. Gli spettatori sono rimasti tranquillamente a sedere e noi con loro per parecchio tempo. Sapevamo che per far scattare l'emergenza c'era bisogno del segnale specifico».
LA PAURA. «Abbiamo cominciato a preoccuparci quando abbiamo incrociato il nostromo di bordo, un marinaio di grande esperienza, sul cui volto abbiamo letto chiara la forte preoccupazione». La certezza che si era di fronte a una tragedia è arrivata con la sirena dell'allarme che, come noto, è partita con inspiegabile ritardo. «A quel punto», continua Di Febo, «tutti i membri dell'equipaggio hanno iniziato a muoversi per l'emergenza, come ci è stato insegnato, ciascuno per il proprio ruolo».
I SOCCORSI. «Ma la frase che ho sentito di più in quei momenti di concitazione è stata: prima i passeggeri, prima i passeggeri», ricorda Kate. «Questo significa che l'equipaggio ha fatto il proprio dovere; d'altro canto se 4mila persone sono state tratte in salvo, vuol dire che qualcuno a bordo si è dato da fare. Inoltre voglio sottolineare che di giubbotti ce n'erano a sufficienza: si potevano trovare non solo nelle cabine, ma anche in ogni angolo della nave».
IL CAPITANO. «Ho incontrato Francesco Schettino una sola volta e ho scambiato con lui solo qualche parola», ricorda Di Febo, «perciò non posso dire di conoscerlo. Per noi dell'equipaggio era una persona disponibile e tranquilla. Nei precedenti passaggi davanti al Giglio mai era passato così vicino all'isola. Ricordo però una sua manovra spericolata a Marsiglia, quando uscì con un vento molto forte».
TERRA. «Abbiamo raggiunto la nostra scialuppa quando avevamo l'acqua alla cintola», racconta la ragazza, «e solo quando siamo saliti ho pensato che l'incubo era finito. Sul Giglio gli abitanti sono stati fantastici: abbiamo bussato alla prima porta e ci hanno offerto vestiti, cibo e ospitalità. Dopo la prima notte, passata insonne, siamo stati trasferiti a Grosseto e da qui siamo ripartiti per Roseto».
L'ANELLO PERSO. Per la sua dichiarazione a Kate, il rosetano aveva acquistato un anello che teneva ben nascosto in cabina e che avrebbe donato alla ragazza al momento giusto. Ha rischiato di morire per recuperare il suo dono d'amore. «Sono rientrato in cabina durante il naufragio ma non ho preso l'anello», racconta Di Febo, «pensavo che la situazione non fosse così drammatica. Poi, quando ho sentito il segnale d'allarme (i sette squilli brevi di sirena più uno lungo), ho tentato di recuperarlo, ma Kate mi ha urlato di non lasciarla da sola. E così ho fatto».
L'IMPATTO. «In quel momento ci trovavamo in teatro, a prua, dove era in corso lo spettacolo del Mago Martin (dal titolo quasi premonitore, cioè "Il testimone dell'impossibile"). L'urto è avvenuto a poppa, quindi noi non lo abbiamo avvertito come gli altri. Poi il black-out che è durato qualche secondo, ma anche in questo caso non ci siamo preoccupati. Gli spettatori sono rimasti tranquillamente a sedere e noi con loro per parecchio tempo. Sapevamo che per far scattare l'emergenza c'era bisogno del segnale specifico».
LA PAURA. «Abbiamo cominciato a preoccuparci quando abbiamo incrociato il nostromo di bordo, un marinaio di grande esperienza, sul cui volto abbiamo letto chiara la forte preoccupazione». La certezza che si era di fronte a una tragedia è arrivata con la sirena dell'allarme che, come noto, è partita con inspiegabile ritardo. «A quel punto», continua Di Febo, «tutti i membri dell'equipaggio hanno iniziato a muoversi per l'emergenza, come ci è stato insegnato, ciascuno per il proprio ruolo».
I SOCCORSI. «Ma la frase che ho sentito di più in quei momenti di concitazione è stata: prima i passeggeri, prima i passeggeri», ricorda Kate. «Questo significa che l'equipaggio ha fatto il proprio dovere; d'altro canto se 4mila persone sono state tratte in salvo, vuol dire che qualcuno a bordo si è dato da fare. Inoltre voglio sottolineare che di giubbotti ce n'erano a sufficienza: si potevano trovare non solo nelle cabine, ma anche in ogni angolo della nave».
IL CAPITANO. «Ho incontrato Francesco Schettino una sola volta e ho scambiato con lui solo qualche parola», ricorda Di Febo, «perciò non posso dire di conoscerlo. Per noi dell'equipaggio era una persona disponibile e tranquilla. Nei precedenti passaggi davanti al Giglio mai era passato così vicino all'isola. Ricordo però una sua manovra spericolata a Marsiglia, quando uscì con un vento molto forte».
TERRA. «Abbiamo raggiunto la nostra scialuppa quando avevamo l'acqua alla cintola», racconta la ragazza, «e solo quando siamo saliti ho pensato che l'incubo era finito. Sul Giglio gli abitanti sono stati fantastici: abbiamo bussato alla prima porta e ci hanno offerto vestiti, cibo e ospitalità. Dopo la prima notte, passata insonne, siamo stati trasferiti a Grosseto e da qui siamo ripartiti per Roseto».
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