Lui condannato per le botte, lei chiede di sposarlo in carcere

Inflitti 4 anni e 2 mesi a un 40enne, accusato di maltrattamenti alla convivente. La donna non si costituisce parte civile e ritratta le accuse, al giudice l’istanza per autorizzare le nozze
TERAMO. La realtà possiede risorse di fantasia che non sempre la logica delle relazioni umane riesce a spiegare. Perché è sempre più complessa di come ce la raccontiamo. E allora succede, nei tempi infiniti di Codici Rossi e violenze, che nel giorno in cui c’è un ennesimo lui condannato per maltrattamenti c’è una lei che chiede di volerlo sposare in carcere.
Un anno fa, raccontano gli atti giudiziari, aveva chiamato i carabinieri accusando l’uomo di averla aggredita, colpita con schiaffi e pugni, mandata in ospedale, minacciata di farla malmenare anche da alcuni suoi amici. Non aveva presentato querela, ma per questo reato si procede d’ufficio e così il procedimento era partito con la pm titolare Greta Aloisi che aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. Fino al rito abbreviato di ieri con il giudice Lorenzo Prudenzano che ha emesso una sentenza di condanna a 4 anni e 2 mesi per l’uomo, un romeno di 40 anni, a cui viene contestata una recidiva specifica, ovvero una condanna per un episodio ai danni di una precedente convivente.
La donna, una 35enne teramana, non si è costituita parte civile e davanti al giudice e alla pm d’udienza Elisabetta Labanti ha ribadito la sua volontà di volerlo sposare in carcere, dove l’uomo attualmente si trova proprio in seguito ai maltrattamenti. Secondo l’accusa della Procura, così ricostruita sia nel capo d’imputazione che nella richiesta di giudizio immediato, le vessazioni si sarebbero verificate negli ultimi mesi del 2025. «In più occasioni», si legge negli atti, «non tollerando che la parte offesa lavorasse come ballerina di night, le diceva che gliel’avrebbe fatta pagare e che sarebbe andato personalmente presso il locale o vi avrebbe inviato alcuni suoi amici per malmenarla».
Sempre secondo la ricostruzione della Procura, fatta attraverso la testimonianza resa all’epoca dei fatti dalla stessa donna davanti ai carabinieri, in più occasioni l’avrebbe colpita con pugni al volto e una sera l’avrebbe aggredita stringendole il collo con le mani e prendendola a morsi sul volto. Episodio quest’ultimo per cui la donna è stata medicata in ospedale e dimessa con una prognosi di sette giorni. Lei in aula, così come già fatto in una precedente udienza, ha ritrattato ogni accusa. Perché succede anche questo nel Paese dei femminicidi e dei maltrattamenti. È sempre più frequente che nelle aule di tribunale ci si imbatta in processi in cui le parti offese decidano di ritrattare: «Giudice, ci siamo rimessi insieme, sono sicura che lui non voleva picchiarmi. Sono stata io a capire male». Ci sarebbe da chiedersi, sempre, come si possano capire male le botte.
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