A Fatima sulle orme dei tre pastorelli

20 Ottobre 2018

Il viaggio della diocesi guidato dal cardinale arcivescovo Petrocchi a conclusione dell’anno mariano 

FATIMA. Quando arrivi a Fatima, in Portogallo, puoi anche essere scettico sulla storia delle sei apparizioni della Madonna ai tre pastorelli, ma ti accorgi subito che qualcosa di eccezionale da queste parti dev’essere comunque successo. Quello che poco più di cento anni fa era un piccolo villaggio abitato da un pugno di famiglie che traevano il sostentamento dalle pecore e da quel poco che faticosamente strappavano alla terra, oggi è una città di oltre 12.000 abitanti in cui tutto parla delle apparizioni. Immagini fotografiche e sculture di Giacinta Marto, Francesco Marto e Lucia dos Santos sono ovunque: dalle rotonde spartitraffico, ai nomi degli alberghi, dei ristoranti, delle pizzerie fino alla miriade di negozi e negozietti con le statuine – di ogni grandezza e prezzo – della Madonna del Rosario di Fatima (borgo che nacque durante l’occupazione araba, Fatima è il nome della figlia di Maometto).
Eppure il pellegrino che posa qui il piede per la prima volta non ha l’impressione di trovarsi dentro un grande bazar commerciale come accade in qualche altro santuario mariano. L’area di Cova da Iria, dove i tre veggenti videro la Madre di Gesù per la prima volta il 13 maggio del 1917 mentre in Europa infuriava la Prima guerra mondiale, è un’enorme spianata asfaltata con, da un lato, il Santuario di Nostra Signora del Rosario (costruito dal 1928 al 1953) e che oggi conserva i resti mortali dei tre pastorelli (Giacinta e Francesco morirono giovanissimi, Lucia a 97 anni nel 2005) e dall’altro la basilica della Santissima Trinità (terminata nel 2007) che ha un’architettura definita minimalista (nel senso che non ha un forte impatto scenico) e che può contenere fino a 9000 persone. Nel piano interrato dispone di tutti i servizi (pratici e spirituali) di cui può avere bisogno chi arriva qui per sostare in preghiera.
Se cammini sulla spianata nessuno ti insegue per venderti statuine o rosari. È un luogo per pensare e riflettere: il silenzio è interrotto, a quasi ogni ora del giorno, dalla messa e dalla recita del rosario che a sera viene seguita da una fiaccolata. I pellegrini sono disciplinati, ognuno ha un suo pensiero da affidare alla Madonna al quale magari aggiungere una richiesta per dare una svolta alla propria esistenza. Ma non sono il santuario e la basilica i luoghi più “ambìti”. Sotto una tettoia costruita in occasione di una delle visite di Giovanni Paolo II (devotissimo alla Madonna di Fatima soprattutto a seguito dell’attentato del 13 maggio 1981) c’è una cappellina di pochissimi metri quadrati nata poco dopo le apparizioni (i pastorelli riferirono che era stata la Vergine a chiederne la realizzazione). Davanti alla “casetta” c’è la statua della Madonna la cui immagine fu scolpita in base a quanto riferì Lucia. È questo il cuore pulsante di Fatima. È lì che fin dall’alba si comincia a pregare e non si smette praticamente mai. Ci sono persone che percorrono in ginocchio centinaia di metri per arrivare davanti alla sacra immagine, altre che , a poca distanza, accendono enormi candele. Si vedono ragazze e ragazzi giovanissimi “gettarsi” in ginocchio a ridosso della cappellina, altri passeggiano con il rosario in mano.
L’arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi, più di un anno fa con l’indizione dell’Anno Mariano aveva chiesto a tutte le parrocchie della diocesi di ospitare per qualche giorno la statua (una copia) della Madonna del Rosario di Fatima. Lo stesso Petrocchi, al termine dell’Anno Mariano, dal 15 al 18 ottobre, ha guidato il pellegrinaggio a cui hanno preso parte 80 persone. Quattro giorni intensi in cui sono stati visitati tutti i luoghi simbolo di Fatima: da Loca do Cabeco dove nel 1916 ai tre bambini era apparso per due volte (la prima e la terza) l’Angelo, ad Aljustrel il villaggio natale dei tre pastorelli e dove c’è una nipote di Lucia, molto anziana, che davanti all’ingresso di casa sua prega tutto il giorno e si interrompe qualche secondo solo quando i turisti le chiedono una foto. Vicino alla minuscola e povera abitazione di Lucia c’è un pozzo dove nel 1916 l’Angelo si palesò ai bambini (la seconda delle tre apparizioni).
Chi va a Fatima non può non percorrere la via Crucis che ha le tradizionali 14 stazioni più una quindicesima sulla resurrezione. È stata realizzata sul sentiero che i pastorelli facevano per andare fino alla Cova da Iria dove ci furono 5 apparizioni (un’altra, quella di agosto, avvenne a Valinhos, a poche centinaia di metri da Aljustrel). Il Portogallo, Fatima a parte, è un paese piccolo, ma pieno di cose straordinarie e il pellegrinaggio ha ripercorso luoghi che grondano storia. Innanzitutto Coimbra con la sua Università (esempio di come una città può vivere bene sulla cultura accademica) e con il convento dove suor Lucia è vissuta per oltre 50 anni. Come non fare un salto a Lisbona, che ha dato i natali a Sant’Antonio (che qui è vietato chiamare da Padova) e a cui è dedicata una chiesa che sorge sulla casa natale del Santo. La capitale offre a ogni angolo gioielli da vedere: dalla splendida cattedrale-fortezza di Santa Maria Maggiore, al monastero Dos Jeronimos con la tomba di Vasco de Gama, alla torre di Belem, al monumento alle scoperte (Padrão dos Descobrimentos). Quattro giorni passano presto. Da Lisbona (distrutta del 1755 da un fortissimo terremoto) si riparte in aereo per Roma. L’arrivo all’Aquila avviene in piena notte. In valigia panni sporchi, statuine e oggettini vari. Nel cuore tante emozioni, spirituali ma non solo, che resteranno per sempre. Quando il bus arriva alla barriera autostradale L’Aquila Ovest sull’orologio scattano le 3.32. Una coincidenza. Forse.
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