A Poggio Santa Maria chiesa chiusa da 10 anni

Nella frazione di Sassa la comunità reclama la ricostruzione dell’edificio sacro Burocrazia blocca la rinascita. Paese stretto tra spopolamento e viabilità precaria
POGGIO SANTA MARIA. Per una chiesa che si inaugura ce ne sono ancora tante in stato di abbandono. E questo accade in particolare nelle frazioni. Un caso è quello di Poggio Santa Maria di Sassa, un borgo a 860 metri sul livello del mare, circa 300 abitanti, posizionato su un colle (con evidenti presenze di tufo) e che nel XIII secolo fu uno dei “castelli” fondatori dell’Aquila. A Poggio Santa Maria da 10 anni la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta è chiusa perché gravemente danneggiata dal sisma 2009 a cui si è aggiunto quello di Amatrice del 2016. «Situata sulla sommità del colle su cui si adagia il paese di Poggio Santa Maria», è scritto nella scheda pubblicata sul sito della diocesi, «la chiesa di Santa Maria Assunta presenta un’imponente struttura visibile da lontano, in muratura mista di pietra e laterizio, con cantonali e facciata in blocchi di pietra squadrati, comprendente la chiesa e la casa canonica. La facciata tripartita si articola su due livelli, il primo livello a terminazione orizzontale con ampia trabeazione leggermente aggettante, il secondo, in corrispondenza della navata centrale, con timpano triangolare e campanile a vela sulla destra. Al centro in basso il portale con cornice in pietra orecchiata. La pianta basilicale a croce latina si articola in tre navate, la centrale voltata a botte, le laterali con cupolini ribassati ottagonali, suddivise da pilastri cruciformi con capitelli compositi dorati. Gli altari laterali sono barocchi con colonne in marmo o falso marmo, capitelli compositi, timpano curvilineo spezzato e fastigio superiore». La chiesa come la vediamo oggi risale al XVI secolo (anche se le origini affondano nel Medioevo) e fu ricostruita dopo il terremoto del 1703. Davanti all’ingresso c’è una “terrazza” da cui si gode un panorama mozzafiato: Campo Felice con la catena montuosa del Sirente-Velino, le frazioni dell’ex Comune di Sassa, quelle di Lucoli e Tornimparte, il fiume Aterno che scorre a valle, e poi boschi, orti, frutteti e appezzamenti agricoli di vario genere. A Poggio Santa Maria c’è Palazzo Carli, “gemello” del palazzo Carli aquilano che è stato a lungo sede principale dell’Università e oggi in attesa di essere ristrutturato. Il Palazzo Carli di Poggio Santa Maria è tornato al suo antico splendore ma il “buco nero” qui resta la ristrutturazione della chiesa. «Qualche anno fa», ricorda oggi Corrado Sciomenta, ex consigliere comunale dell’Aquila, «l’allora vescovo ausiliare Giovanni D'Ercole ci assicurò che c’era uno stanziamento di oltre due milioni di euro, che in tempi brevi sarebbe stato fatto il progetto e che quindi Poggio Santa Maria avrebbe riavuto la sua chiesa». Purtroppo le cose non sono andate così anche perché a Poggio Santa Maria è accaduto un po’ quello che è successo per la cattedrale di San Massimo all’Aquila: in corsa sono cambiate (o fatte cambiare) le norme e alcune chiese (soprattutto quelle con canonica annessa) che dovevano rientrare nei canoni della ricostruzione privata sono invece diventate di competenza della Soprintendenza, quindi di un ente pubblico, con relativi appalti e tempi necessariamenti dilatati. L’edificio sacro di Poggio Santa Maria è finito in quella zona indefinita e indefinibile in cui cala il silenzio, per anni non accade nulla, anzi accade che le strutture murarie finiscono per deteriorarsi ancora di più col rischio serio che alla fine ci vorranno molti più soldi di quelli ipotizzati in origine. E dei soldi di cui si era parlato anni fa non c’è più nemmeno l’ombra. «In questi anni», dice Gianna Colagrande, catechista della parrocchia, «ci siamo un po’ sentiti presi in giro. Veniamo rimbalzati da un ufficio all’altro, ma nessuno sa darci risposte concrete. Sappiamo solo che nessuno si sta occupando di noi e della nostra chiesa. Io ho l’età per ricordare i riti, le feste, i momenti gioiosi e anche tristi che ci vedevano riuniti nella nostra bella Parrocchiale. Oggi dobbiamo “emigrare” per i funerali, e le ragazze che si sposano devono andare in altre chiese salvo poi venire qui davanti alla facciata a fare le foto ricordo del loro matrimonio». Tutto lo spazio intorno alla chiesa è ben curato. C’è una piazza tondeggiante (ricavata su un’antica aia), giochi per bambini, qualche panchina. A fianco una funzionale struttura che ospita il centro anziani. Dietro troneggia un enorme “silos” che in realtà è un serbatoio della Gran Sasso acqua che rifornisce la zona. Ci sono, soprattutto nella parte bassa del paese, diverse case inagibili e molte famiglie sono ancora ospitate nei Map. La piazza di Poggio Santa Maria nel 2006 è stata intitolata all’educatrice Barbara Micarelli (1849-1909) i cui nonni erano originari di queste parti. A ben vedere è un posto di qualità in cui si vive bene. Purtroppo anche qui lo spopolamento è qualcosa di più che un timore. Ci sono problemi di viabilità per arrivare all’Aquila. Non solo non è stata realizzata, come gli abitanti hanno chiesto da tempo, una strada che permetterebbe di arrivare più rapidamente nel capoluogo, ma adesso, con la chiusura del passaggio a livello all’ex stazione di Sassa, molti sono quasi “costretti” a passare per una scomoda e pericolosa strettoia nell’abitato di Sassa dalla quale si arriva al centro commerciale L’Aquilone. I negozi e le attività che gravitano sull’ormai ex stazione ne stanno risentendo parecchio. Anche da Poggio Santa Maria parte dunque un grido di allarme. Rifare presto la chiesa non è un favore fatto ai “preti”, ma a una comunità che vuole mantenere vive tradizioni e identità.
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