Abusi sessuali sul web: denunciati sette ragazzini

Condividevano filmati e foto di gesti estremi, mutilazioni, cadaveri, Hitler e Duce La polizia postale scopre sui telefonini 85mila messaggi in cinque gruppi social
L’AQUILA. A 13 anni condividevano sulle chat di gruppo di Whatsapp e Instagram immagini terribili di bambini, anche di appena 3-4 anni, vittime di abusi sessuali. Altri loro coetanei inviavano sempre sui gruppi social stickers e foto di atti sessuali estremi, mutilazioni, cadaveri, crudeltà verso esseri umani e animali, di apologia del nazismo e fascismo con immagini di Hitler e Mussolini.
Dopo indagini, durate diversi mesi, il Centro operativo sicurezza cibernetica della polizia postale di Pescara, coordinato dal vice questore Elisabetta Narciso, in un’operazione denominata “Poison”, ossia veleno, coordinata dalla Procura del Tribunale per i minorenni dell’Aquila guidata da David Mancini, ha denunciato sette minorenni, tra i 13 e i 15 anni, fra cui una ragazza, per diffusione e detenzione di materiale pedopornografico. Due di loro sono abruzzesi – uno della provincia dell’Aquila e l’altro della provincia di Chieti –, due risiedono a Roma e gli altri nelle province di Bergamo, Bari e Napoli.
L’indagine, avviata su impulso del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (Cncpo) del Servizio polizia postale e delle comunicazioni, è partita da una segnalazione del Servizio emergenza infanzia 114. A rivolgersi al servizio e a chiedere di interrompere quella catena di orrore è stata una delle mamme dei ragazzini abruzzesi coinvolti. A un certo punto, resosi conto di quello che stava facendo e subendo anche un’estorsione, ha deciso di raccontare tutto alla madre, facendo scattare gli accertamenti. Sono stati oltre 85mila i messaggi in 5 diversi gruppi social analizzati in maniera certosina dagli investigatori della polizia postale con l’obiettivo di dare un nome ai responsabili. Davanti ai loro occhi, immagini e video raccapriccianti di vittime innocenti il cui dolore era oggetto di scherno, divertimento e condivisione da parte del gruppetto di adolescenti, che come se nulla fosse riceveva e poi inviava il materiale pedopornografico. Al vaglio degli inquirenti ci sono le posizioni di altri 22 minori che si sono limitati all’invio dei meme. Rischiano provvedimenti con l’intervento dei servizi sociali a sostegno loro e delle famiglie. A proposito di famiglie, si sta cercando di capire se dietro i comportamenti dei ragazzi ci sia solo negligenza o anche situazioni di disagio. L’inchiesta, quindi, va avanti su più fronti.
«L’operazione», fa presente la postale, «ha confermato un fenomeno dilagante tra i giovanissimi, i quali, spesso, nei contesti social banalizzano eventi terribili del passato o mostrano assoluta indifferenza per violenze e stupri, anche nei confronti di bambini piccolissimi; a volte si assiste ad una gara a chi posta l’immagine più sprezzante o truculenta, al fine di stupire, all’insegna dell’esagerazione».
Quando i poliziotti hanno chiesto ai sette denunciati se si rendessero conto del dolore atroce e della sofferenza dei piccoli protagonisti di quei video, molti si sono mostrati spaesati, come se solo in quel momento stessero davvero prendendo coscienza. L’invito della polizia postale e della procura minorile, diretta da Mancini, ai ragazzi è di «acquisire consapevolezza e responsabilità delle proprie azioni anche sui social, interrompendo la diffusione di certi contenuti, evitando di reinviarli ad altri utenti e di contribuire alla diffusione di odio e violenza». Un appello accorato viene rivolto anche ai genitori. «È difficile spesso controllare i ragazzi in fase adolescenziale, ma bisogna farlo», sottolinea la dirigente Narciso, secondo cui i genitori devono esercitare con senso di responsabilità il proprio ruolo, «vigilando sull’uso di strumenti informatici da parte dei ragazzi, sia per prevenire fatti lesivi nei confronti di terzi, sia per evitare ripercussioni giuridiche».

