Addio a Parisse, stella neroverde

Tutto il mondo del rugby ai funerali dell’ex campione che ha “passato palla”
L’AQUILA. «Noi gli volevamo bene, e lui ne voleva a noi. Nonostante la distanza siamo sempre stati vicini». Intorno alla bara coperta dal neroverde nella chiesa di San Francesco a Pettino c’è un pezzo di storia del rugby italiano. Dal pulpito, a salutare un amico che se ne è andato o, come si dice nel gergo dei rugbisti, ha passato la palla, c’è Antonio Di Zitti, l’atleta neroverde più titolato, 6 scudetti, 2 Coppe Italia, 22 presenze in Nazionale. Dietro la bara c’è il figlio Sergio Parisse jr, l’atleta capitano della nazionale e con il maggior numero di presenze nella squadra italiana di rugby.
Sono arrivati in tanti per l’ultimo saluto a Sergio Parisse senior, scomparso all’età di 77 anni. Tre titoli italiani di rugby a cavallo tra il 1965 e il 1967, prima nelle giovanili, nel campionato riserve e in prima squadra per il primo storico scudetto neroverde. A seguire il rito funebre tanti atleti del passato e di oggi.
C’è la moglie Carmela e il figlio Sergio che sovrasta tutti con la sua statura. Il padre era più piccolino, e fuori della chiesa fioriscono gli aneddoti, ognuno ha un ricordo. C’è chi ricorda quel ragazzino gracile, inseguito dalla madre che lo chiamava affettuosamente Sergiolino e che gli aveva fatto a maglia la sciarpa e il cappello entrambi di colore giallo con i risvolti neroverdi. Chissà, oggi una linea sportiva con quei colori sarebbe un must.
All’epoca i compagni di squadra lo prendevano amichevolmente in giro. Perché poi, quel ragazzo mingherlino, aveva acquisito una forza incredibile. «E come fosse stato baciato con un dono divino», raccontano i suoi compagni, «apriva i tappi delle bottiglie con la forza delle dita ed era invincibile a braccio di ferro».
Veloce, affrontava senza paura i placcaggi più ruvidi. Doti che gli erano servite in Argentina, dove aveva aperto una importante attività, quando fu rapito da due malviventi. Lui era riuscito a fuggire, inseguito dagli spari dei banditi incappucciati.
Sergio però aveva notato alcuni particolari nella capigliatura dietro la nuca dei banditi, «fateli girare di schiena», aveva detto durante il riconoscimento. Tra i compagni, c’è chi ricorda il suo bar in via Castiglione, ritrovo di tutti i rugbisti dell’epoca. Ieri, al suo funerale, a tributargli l’ultimo saluto c’era la parte rimasta di quella fantastica generazione che ha fatto grande il rugby aquilano. Atleti e uomini straordinari che, nel cuore dei tifosi, non invecchieranno mai.
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