Alla ricerca dell’Aquila che non c’è più

Viaggio nella città ferita dal terremoto del 2009 dove le tracce del passato ci ricordano l’appartenenza e l’identità storica
Per noi forse si trattava di una sorta di sospensione del tempo, la natura ritenevamo capisse e quasi si ritirasse, ripiegata, mentre gli uccelli volavano via, si allontanavano per noi quando, quell'oggetto apparentemente non identificato, tagliava l'aria con prepotenza e s'impossessava del quartiere messo in stand by, si alzava sopra ogni cosa, persino sulle torri (i palazzi), il monastero e le sue rovine, la chiesa e le fortificazioni, sibilava e ruotava su se stesso con un suono non identificato, del "terzo tipo", alieno, sulla" cittadella" del mito di Santa Croce teatro delle meraviglie; e tutti muti, fermi, con la testa in su, nel vederlo, affascinati per tanta potenza e forza che sprigionava, per tanto dinamismo, in alto, su, fino a solcarlo insieme lo spazio e viaggiare nei sogni che abitavano nel quartiere, per noi… Ju zirè.
L'Aquila. Nello scantinato, nel basso del palazzo del civico 15 che dovrà essere abbattuto insieme ad altri, tra tante cose cadute dal terremoto, sparse, rubate e disperse ridotte in cumuli a sei anni dal sisma, dove la concezione del tempo immutabile si può toccare, a terra, ho ritrovato ju zire e il bastone ancora legati da una corda per trattenerli insieme: un reperto, una sorta di archetipo dell'infanzia, un arcano oggetto della memoria e delle illusioni: due pezzi in legno, magici poi nel gioco di squadra che univa, aggregava e misurava le capacità dei ragazzi, legni lavorati con una passione che non costavano nulla, dimenticati ma riemersi in quel suk della cantina.
Non saprò mai che cosa hanno pensato le persone dentro il furgone, forse operai, che scendendo la chicane, la curva con quella serie di svolte in sequenza giù per il quartiere Santa Croce, vedendomi in quell'ambiente metafisico, sospeso, inanimato, battere a terra Ju zirè per alzarlo, colpirlo, come una sorta di lampada di Aladino che si risveglia ed esce il genio, e scaraventarlo lontano in quell'"area a breve" così fu chiamata per la Ricostruzione, Striscia di Gaza, il quartiere sventrato prima e poi saccheggiato, anch'esso muto, fermo, con testa in giù, però.
Ju zirè quindi si è alzato, e ha iniziato il suo viaggio nello spazio e nel tempo, così mi piace pensare, come un drone sulla settecentesca chiesa di Santa Croce lavorata negli stipiti del portale e nelle finestre dai maestri scalpellini di Pescocostanzo, con il suo perimetro murario residuale del monastero trecentesco cistercense : ci costruirono sopra due enormi palazzi.
Una meraviglia la struttura religiosa, presente nelle mappe antiche cinque-secentesche con facciata e torre campanaria, tra i più importanti complessi monasteriali della città, con la grande croce in pietra, gigliata, barocca sulla rampa dell'attuale via Roma ancora visibile.
Più che un simbolo sulla facciata, la croce è stata una podestà dell'asse viario che risale: sembra riportare alla grande croce topografica costitutiva di due grandi arterie (via Roma e Corso Vittorio Emanuele), punto di intersezione dell'impianto urbanistico della città, cintato da alte mura, che separa per aggregare, divide per comunicare, taglia vie e piazze, ma solo per unire e condividere, attraverso le molteplici espressioni e le parole dei suoi cittadini.
Infine, Santa Croce soffocata dai palazzi, ancora lì, nel tracciato viario dell'antemurale fortificato chiamata porta Barete. Poi in virata, il drone sulle mura: un ornato ricamato, non di pietre sovrapposte, ma di sfide, volontà di rendere al suo interno la grande bellezza, così concepita poiché nessuno potesse edificarvi intorno.
Perché quel circuito murario potesse "respirare" tra i campi e gli orti , dalla sua fondazione , dal XIII secolo, ininterrottamente, prima che a metà degli anni cinquanta del Novecento e in quelli successivi fino al recente passato capitolasse per sempre: un declino irreversibile ad opera di una urbanizzazione soffocante, lapidaria, predatoria in spregio ai Genius loci, al luogo depositario, catalogo di beni culturali, al principio basilare dei patrimoni irrinunciabili, al manifestato valore civile, collettivo e fondamento dell'appartenenza e dell'identità storica di una popolazione che dovrebbe sentirli propri: ogni pietra, ogni intonaco, nelle sue pieghe è riconducibile ad una determinata e circostanziata azione di una realtà antropologica e per questa ragione corrisponde, almeno sulla carta, a doti inalienabili, d'identità storica e fondamento di appartenenza di una comunità locale.
Dna costitutivo e fondativo la città, è questo che percepisce il drone in viaggio sull' Aquila, il capoverso, l'inizio del racconto, la vicenda di una missione impossibile, la costruzione della città nova anno domini 1200, estrema da concepire e disegnare persino sulle carte geografiche, fragile e delicata nella sua elegante forma urbana stratificata negli stili, eppure resa, visualizzata, lì, sulla collina che fa da spartiacque tra due valli, forte nel suo ambiente appenninico di "nevi perenni e fiere " così narrata dai viaggiatori.
Ha materializzato una sua personale inimitabile scenografia gerarchica, nelle maglie urbane, nei tracciati, nelle tipologie delle chiese, piazze e fontane e soprattutto nei quartieri storici. Tessuto poroso al tempo della sua fondazione, ha assorbito nei secoli tutto quello che poteva pretendere dall'ambiente circostante e dalle culture locali, i borghi fondativi, compresi i comportamenti collettivi ed individuali, inclusi miti ed ideologie, ombelico di un paesaggio dalle molteplici espressioni divenute case-pietre, edifici, tra le quinte delle montagne nonostante i tanti terremoti.
Oggi sembra sfiancata, irriconoscibile, arresa, non più in grado di metabolizzare il suo passato per ripartire ed essere. I cittadini e le loro storie non costituiscono più valore.
Le mura urbiche. Tanto disprezzate e mortificate, dopo aver difeso gli aquilani nelle guerre leggendarie, protetto i quartieri e le case unite tra loro, tenuto insieme la comunità e il senso civico appunto di appartenenza, di un tempo lontano, molto lontano, nel tratto murario di Santa Croce, quelle mura, nonostante tutto, nel terremoto del 2009, lacerate e gonfiate, ferite dalla pressione del suolo, hanno protetto i palazzi di calcestruzzo costruiti a ridosso, sul terrapieno: li hanno arginati, tenuti, evitando che cadessero come castelli di carta.
Le mura, chiamate ancora dopo secoli di oblio a proteggere una nuova storia collettiva contemporanea, non certo nate per questo scopo, ma per la vita degli aquilani sì, almeno in questa parte della città.
*docente e scrittore
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