Antonini: attenzione a non cancellare tutto

2 Settembre 2016

Il Nunzio: stop alle demolizioni selvagge. Il modello L’Aquila? Nell’emergenza ha funzionato bene

L’AQUILA. Sulla ricostruzione di quei paesi dove ci sono pochi edifici vincolati ma che hanno centri storici di grande valore dal punto di vista identitario per le comunità locali, abbiamo chiesto un parere a monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico e studioso di architettura religiosa e non, che è intervenuto più volte in questi ultimi anni segnalando disfunzioni e avanzando proposte anche al di là del “dov’era e com’era”.

Monsignor Antonini, che idea si è fatta su come si sta operando nei borghi minori danneggiati nel 2009?

«Per adesso mi urge lanciare un Sos alle autorità preposte alla ricostruzione riguardo i caseggiati non vincolati, che poi sono la stragrande maggioranza dei casi nei nostri paesi. La normativa vigente ed i relativi parametri economici prevedono la demolizione e ricostruzione totale del patrimonio edilizio non vincolato, sicché i tecnici sono indotti a demolire indiscriminatamente l’edificato per ricostruirlo ex novo, privandolo della sua antichità e del suo valore storico e urbano. Sta dunque accadendo che in alcuni edifici non vincolati, perfino religiosi, oltre alla completa sostituzione muraria, per ragioni non confessate ma intuibili _ e la cosa accade anche dove ci sono piani di ricostruzione conservativi _ purtroppo si scarta il riutilizzo di portali e finestre in pietra e di archi-cavalcavia lapidei scampati al sisma, per sostituirli con elementi di moderna esecuzione. È necessario far invertire quanto prima tale andazzo, se si è ancora in tempo».

Lei pensa quindi che si sta rischiando di cancellare la storia dei nostri paesi?

«Non v’è chi non vede come, quantunque si tratti di architettura “minore” connettiva, se oltre alla materialità se ne sostituiscono anche gli elementi lapidei qualificanti, i nostri borghi cesserebbero di essere autentici. Sarebbe un disastro per la ripresa economica ed occupazionale del territorio.

Perché i centri storici in tal modo non sarebbero più attrattivi e valorizzabili ai fini dello sviluppo del turismo, la sola risorsa del nostro Abruzzo montano dopo che pastorizia e zafferano, su cui “ab immemorabili” riposava la sua economia di base, sono da gran tempo tramontati. E per disgrazia, essendo i cantieri inaccessibili persino ai proprietari, e mancando di controlli e sopralluoghi da parte delle commissioni comunali di estetica, nessuno sa cosa si stia combinando oltre gli ermetici diaframmi delle impalcature».

Monsignor Antonini i giornali sono pieni di riferimenti al modello L'Aquila soprattutto quello dei mesi immediatamente successivi al sisma. Lei che ne pensa?

«Si va purtroppo generalizzando il mal vezzo di parlare negativamente, anche da parte di rappresentati istituzionali, di un generico “modello L’Aquila” da non seguire. C’è qui grande confusione, per superficialità, ignoranza dei fatti, magari per politica, e tutto ancora a scapito della purtroppo già compromessa immagine dell’Aquila. Esistono due “modelli L’Aquila” a livello insediativo. Un primo che riguarda solo ed esclusivamente L’Aquila-città: è quello dei 19 quartieri o newtown del progetto Case, edifici a più piani destinati a dare un tetto a 20-30 mila persone in attesa della ricostruzione delle case. Ed un secondo, che del tutto impropriamente qualcuno dice delle newtown, che è quello dei map a “chalet” (come a Onna, Villa Sant’Angelo, San Gregorio) o dei map a schiera, tutti eretti a ridosso di ognuno dei 56 altri centri storici minori, dove la popolazione vive nei pressi in attesa della ricostruzione delle case, in tal modo conservando la propria identità e seguendo da vicino la ricostruzione degli aggregati. È questo secondo modello che con altro nome vedo verrà adottato nell’Amatriciano, ma è anch’esso un “modello L’Aquila”.

Il modello aquilano newtown, a fronte del numero incomparabilmente più basso di sfollati rispetto a quello dell’Aquila 2009, è da scartare semplicemente perché Amatrice non ne ha bisogno. Se lì vi fossero stati i 20-30 mila sfollati come all’Aquila necessitanti di un riparo antisismico per diversi anni, non si vede dove e come li avrebbero sistemati, a meno di ricoprire di map il territorio della Laga con relativa enorme rete infrastrutturale».

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