Aperitivo vietato, i locali contano i danni 

I titolari si attrezzano tra difficoltà e preoccupazione. De Risio: «Non so quanto ordinare». Stratta: «Dobbiamo anche vigilare»

L’AQUILA. Le luminarie natalizie seguono le volte dell’asse centrale. Tra negozi chiusi, negozi aperti perché potrebbero in ogni caso e altri che hanno fatto finta di non capire le evoluzioni grottesche della diatriba Stato-Regione. Un albero di Natale più che dignitoso illumina la parte bassa di piazza Duomo, ma pochi si fermano a fare un selfie. Gli spostamenti sono più che altro circoscritti ai negozi e a quei pochi bar e locali operativi. Tutti rigorosamente orientati sul servizio da asporto. Poco cambia, in merito alle regole di ingaggio, tra zona rossa e zona arancione. Non si può fare di meglio almeno sino alla zona gialla che, calendario alla mano, non dovrebbe scattare prima di domenica 27 dicembre, quindi con il weekend del Natale alle spalle. Vigilia compresa.
Un giorno particolare per L’Aquila, con migliaia di persone abituate ad affollare le piazza Regina Margherita, piazza Chiarino e il Corso Stretto. Neanche l’anno del terremoto si rinunciò. Anzi, il ponte dell’Immacolata segnò il ritorno di attività per Boss e Bar Nurzia. Stavolta è diverso: «Date le circostanze di questo anno infausto», si legge sulla pagina celebrativa “L’Aperitivo della Vigilia di Natale”, creata qualche settimana fa su Facebook, «abbiamo pensato di celebrare on line L’Aperitivo della Vigilia. Fate uso di questa pagina come meglio credete. Come da tradizione, il 24 dicembre e su questa pagina non c’è alcuna regola, se non una, ovviamente: ogni post deve riguardare l’aperitivo. Postate le vostre foto, divertitevi, brindate, ritrovate gli amici». Qualcosa, insomma, che fa il paio con il nuovo gruppo “La piccola Seattle chiamata L’Aquila” che musicisti di ieri e di oggi si divertono a riempire di ricordi. Ma quanti si accontenteranno?
Agenti in borghese sono pronti a potenziare i controlli. «Diremo addio alla folla dei giorni di Natale e all’Epifania, periodi importanti per il nostro lavoro», spiega la venezuelana Yesenia Moreno del pub En La Plaza di piazza Palazzo. Davide e Antonello Ciocca, dall’altra parte del centro, provano a difendersi con il bar Nova Vida cercando di intercettare quei piccoli movimenti di persone intensificati negli ultimi giorni.
Anche Antonio Tresca, del Vermuttino in piazza Regina Margherita, cerca di tenere botta con un po’ di asporto serale. «Quest’anno non so veramente come regolarmi», valuta Mario De Risio, socio del negozio di alimentari tra via Garibaldi e piazza Chiarino. «Siamo autorizzati a vendere alcolici, anche sino all’orario di chiusura. Ma in questo momento c’è da fare molta attenzione alle ordinazioni, perché abbiamo già buttato tanta roba. Non è facile capire il tipo di fabbisogno, specie quando si lavora con i fornitori dell’Europa dell’Est. Ho chiuso 3 frigoriferi su 5. A volte vengo qui a lavorare solo per non restare a casa». C’è da dire anche che molti giovani si presentano in centro, con «le pistole già cariche»: bottiglie e boccioni da discount e magari sostano nei paraggi dei locali più quotati. Due tra questi sono il Garibaldi e Punto G dei fratelli Davide e Daniele Stratta, preoccupatissimi per la situazione. «Lavoriamo solo con la ristorazione», spiegano tra una consegna e l’altra, «e riusciamo a fare solo una piccola percentuale degli incassi registrati durante il primo lockdown. Nonostante questo, saremmo anche tenuti a vigilare sul rispetto delle regole nell’arco di 200 metri dall’uscita del locale. Sono giorni particolarmente delicati per tutti noi». E poi Davide aggiunge: «In una società solo tre persone possono fare come vogliono: il re, il prepotente e il nullatenente. Ci stanno lentamente spingendo verso la terza categoria».
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