Appalti e favori, il caso di Celano nel dossier della Dia in parlamento

13 Aprile 2022

Così la Distrettuale antimafia nella relazione: «L’inquietante scenario emerso attraverso l’indagine  documenta l’esistenza di un autentico sistema clientelare che ha coinvolto una pluralità di soggetti»

CELANO. La vicenda giudiziaria che ha interessato l’amministrazione comunale di Celano finisce nella relazione del ministero dell’Interno al Parlamento italiano (relativa al primo semestre dello scorso anno). L’inchiesta sugli appalti al Comune vede indagate 33 persone, tra cui il primo cittadino, Settimio Santilli, e l’ex vicesindaco, e già parlamentare, Filippo Piccone. Il dossier riguarda le “Proiezioni della criminalità organizzata sul territorio nazionale”. Nel passaggio in questione, si parla di «condotte illecite nella gestione della cosa pubblica anche da parte di amministratori locali e funzionari pubblici».
COSA DICE LA RELAZIONE
Il documento evidenzia «l’inquietante scenario emerso attraverso l’indagine Acqua fresca sviluppata dai carabinieri del comando provinciale dell’Aquila con la quale è stata documentata l’esistenza di un vero e proprio sistema clientelare che ha coinvolto una pluralità di soggetti tra amministratori, tecnici, dipendenti comunali, imprenditori, privati cittadini per la realizzazione di progetti, l’affidamento di appalti e incarichi e le assunzioni nelle cooperative esterne al Comune di Celano in cambio di favori da parte degli aspiranti». Questa relazione è stata stilata dal ministero dell’Interno per essere messa a disposizione del parlamento e riguarda l’attività svolta e i risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia (Dia).
L’OPERAZIONE
Risale all’inizio dello scorso anno. A Celano, il 22 febbraio 2021, i militari del comando provinciale dell’Aquila avevano dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Avezzano a carico di 25 persone indagate per reati contro la pubblica amministrazione. L’operazione portò all’arresto del sindaco Santilli (domiciliari), del vice Piccone (in carcere), e di altre 6 persone (misure alternative con l’interdizione) tra cui amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e imprenditori.
L’operazione sfociò anche nell’iscrizione, nel registro degli indagati, di 56 persone. Ventitrè di loro sono uscite dall’inchiesta (definitivamente) poiché la posizione è stata archiviata.
LE INDAGINI
Sono state chiuse il 21 settembre dello scorso anno dall’ex procuratore capo di Avezzano, Andrea Padalino, e dal sostituto Lara Seccacini, entrambi non più in servizio alla Procura. L’inchiesta è passata al procuratore Maurizio Maria Cerrato e si attende l’udienza davanti al giudice per l'udienza preliminare che è stata fissata al 27 giugno prossimo. L’indagine ruota attorno a una ipotesi accusatoria secondo cui in comune vigeva «un sistema corruttivo e clientelare, fondato su amicizie e conoscenze tra gli amministratori del bene pubblico e una cerchia di cittadini o imprenditori locali».
DOSSIER ABRUZZO
Per quanto riguarda altri aspetti che interessano l’Abruzzo, toccati dalla relazione ministeriale di 530 pagine, viene sottolineato che «nella regione non si sono verificati episodi delittuosi riconducibili alla criminalità organizzata, tantomeno condotte spia che facciano ipotizzare il consolidamento di gruppi criminali organizzati stanziali». Al contrario, secondo il dossier, «sul fenomeno e sui possibili tentativi di penetrazione nel territorio provinciale da parte di consorterie criminali riconducibili a camorra, sacra corona unita, ‘ndrangheta e mafia siciliana permangono concreti i rischi di infiltrazione criminale attraverso imprese legate a sodalizi extraregionali tuttora verosimilmente attratte dai cospicui finanziamenti stanziati per la ricostruzione post sisma».
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