Archivio di Stato, sono a rischio i servizi per gli utenti aquilani

Il personale è ormai ridotto all’osso dopo vari pensionamenti La struttura tornerà in centro, ma tante le incognite sul futuro
L’AQUILA. Per ora non c’è un rischio chiusura, ma i servizi agli utenti potrebbero subire un drastico ridimensionamento. L’Archivio di Stato dell’Aquila, una delle istituzioni più prestigiose della città e dell’intero Abruzzo, negli ultimi anni ha visto la fuoriuscita per pensionamento di numerosi addetti che non sono stati sostituiti. Il che ha creato diversi problemi. Da una parte la perdita di esperienze. Le persone che hanno lasciato avevano una profonda conoscenza dell’Archivio, utilissima soprattutto a chi frequentava sporadicamente la sala studio. Bastava chiedere un documento e si ricevevano subito indicazioni su come trovarlo. La mancanza di turn over ha impedito il passaggio di “saperi” ai nuovi assunti e oggi nella sala studio c’è una sola archivista esperta – non lontana dalla pensione – e una collaboratrice a tempo determinato.
A lanciare l’allarme sulla situazione dell’Archivio di Stato – che tra l’altro si sta rivelando preziosissimo nella ricostruzione post-sisma per la ricerca di documenti utili alle progettazioni e ai permessi a costruire – sono Alfonso De Amicis, ex dipendente dell’Archivio, e Fernando Rossi, ricercatore di storia locale e assiduo frequentatore della sala studio. «Anni di politiche di austerità e del blocco del turn over alla fine hanno prodotto frutti amari», scrivono De Amicis e Rossi. «Le previsioni sono catastrofiche. L’Archivio di Stato dell’Aquila, con le sue sezioni di Avezzano e Sulmona, è in affanno. Ma guardiamo da vicino la mappa occupazionale. Nel 2009 le unità occupate erano 38 distribuite su, appunto, tre sedi. Ora, nel giro di un decennio, con i pensionamenti e con il mancato rimpiazzo a fine anno, Sulmona rischia di chiudere e stessa cosa potrebbe accadere ad Avezzano. La sede storica dell’Aquila, con il suo importante e voluminoso patrimonio, non chiuderà, ma poggerà sulle spalle di due custodi, un documentalista e una giovane precaria, bravissima, e tuttavia la sua presenza è appesa alla condizionalità del suo contratto. Desta stupore che un patrimonio così importante conservato in uno degli istituti del Centro-Sud più qualificati rischia di morire nell’abbandono e nell’oblio di una città e di un comprensorio sempre più distratto e autoflagellante. Eppure, proprio con il terremoto si è potuta scoprire l’importanza dell’Archivio anche nella concreta ricostruzione delle abitazioni grazie a progetti che si pensavano perduti e invece erano conservati nei faldoni. Nel centenario della Grande Guerra è stato possibile ripercorrere, attraverso i fogli matricolari, le vicende di centinaia di soldati nati nel nostro territorio e periti nelle sanguinose battaglie tra il 1915 e il 1918. E potremmo andare avanti pensando, ad esempio, al magistrale utilizzo che il professor Raffaele Colapietra ha fatto delle fonti archivistiche per i suoi fondamentali studi sull’Aquila e il Meridione».
Va aggiunto che la sede futura dell’Archivio di Stato (oggi nel Nucleo industriale di Bazzano, dove fu spostato nei mesi post-sisma dal palazzo della prefettura semicrollato) sarà l’ex distretto militare in zona San Bernardino. Una sede prestigiosa da gestire con personale adeguato. Ma il rischio è che tra qualche anno, quando le carte saranno riportate in centro storico, non ci sarà nessuno o quasi che potrà metterle a disposizione degli studiosi. Evitare tutto questo è una battaglia che tutta la città dovrebbe fare prima di gridare al “solito” complotto antiaquilano.
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