Arischia piena di macerieDopo le demolizioniin centro silenzio irreale

16 Marzo 2011

Poche famiglie rientrate in casa, tutt'intorno è degrado
Il giallo del Centro Caritas, i giovani reclamano spazi

L'AQUILA. «Fojéte, che repète». Scappate, ché il terremoto replica. Il detto degli anziani ha salvato molte vite ad Arischia che non ha pagato il prezzo più alto, quella notte. Oggi, a camminare lungo via Corso, un po' di vita è tornata. Ma tutt'attorno sono mucchi di macerie di edifici demoliti. Macerie non più rimosse, ricostruzione ferma. «Toglietele subito», quasi implora la signora Antonina.

Affacciata alla finestra della sua casa, parla anche a nome delle altre famiglie che, con coraggio, sono rientrate a casa loro. Magari pure senza luce, senz'acqua, ma pur sempre casa loro. Del resto, nel paese dei carpentieri parlare di riparazioni edilizie fa un certo effetto. C'è chi la casa l'ha risistemata di suo, c'è pure chi si è sbizzarrito troppo coi colori, il che dispiace a un cultore della storia locale come Abramo Colageo che di questa frazione conosce anche le singole pietre. «Abbiamo enormi disagi», confida Colageo. «Sono state effettuate molte demolizioni ma le macerie sono rimaste tutte lì. L'unica rimozione veloce ha riguardato la scuola.

I disagi riguardano soprattutto anziani e giovani. Per i primi, sono stati realizzati i Map accanto al cimitero invece di localizzarli più vicino alle loro vecchie residenze. Per i giovani non c'è più il campo da calcio, da risistemare dopo lo smantellamento della tendopoli. Se non si interverrà subito con iniziative per i giovani rischiamo di vederli fuggire tutti da qui». Il giro nel centro di Arischia, in particolare nella parte Nord, la più colpita, passa attraverso vicoli dove sono evidenti i segni dell'abbandono. Il camper della redazione mobile del Centro sfiora le case già diroccate. Palazzo Alfieri-Ossorio, oggi Micantonio, è puntellato. «Si è aperta la volta ed è uscita una greca.

La zona di Corefatto è la più colpita. Qui hanno ceduto anche edifici che avevano resistito alle scosse catastrofiche registrate nel corso dei secoli. Il problema è che dopo le demolizioni deve seguire necessariamente la rimozione delle macerie, altrimenti non si ricostruisce nulla. Il paese ha uno slargo ogni 20 metri, spazio usato anticamente come aia ma anche come via di fuga dai vicoli stretti in caso di pericolo». Ne sa qualcosa la signora Antonina. «Da qui non sappiamo come uscire, bisogna fare qualcosa». Il vecchio Comune è tutto puntellato. Più avanti, in piazza Beccia, c'è una catasta informe di macerie. Anche qui il lavoro di demolizione non è stato completato. Fili volanti appoggiati ai balconi pendono pericolosamente su chi passa sotto.

Un altro pericolo imminente è quello della frana che interessa l'acquedotto del Chiarino, una zona frequentata anche per via della legna da uso civico. «Se cede l'acquedotto mezza L'Aquila rimane senz'acqua, così come tutto il territorio Ovest», dicono gli arischiesi. Secondo Elia Serpetti, presidente dei beni separati, «la situazione è ancora bloccata nonostante la battaglia con la Regione. Inizialmente si parlava di 900mila euro, poi di 450 ma a quanto pare non si riesce ad avviare l'appalto. Bisogna intervenire subito, il fronte del cedimento si allarga». Un altro elemento di dibattito in paese è quello relativo alla mancata realizzazione del Centro Caritas. «Abbiamo avuto zero donazioni», dice Serpetti. «Per una che ce n'era, 600mila euro con tanto di progetto pronto, non se n'è fatto nulla. Qui serve una struttura per gli anziani e un ritrovo per i giovani». Per Giuseppe Colageo, presidente della commissione circoscrizionale, «non esiste alcun atto in cui la Caritas chiede il parere sul sito.

La gente dice: al posto dell'ex scuola ci deve tornare una scuola. Su questo chiediamo l'impegno del Comune. La Caritas, considerati i tempi lunghi per cambiare progetto, ristrutturerà la canonica. La nostra premura più grande è quella di far partire i 108 aggregati perché i nostri anziani non possono stare a lungo tra Map e progetto Case minacciati da muffa e condensa. Ce la stiamo mettendo tutta per ripartire». È quasi notte quando, sul muro dell'Abbazia di San Benedetto tutta puntellata, dagli a pallonate. Sono i ragazzi senza il campetto.

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