«Arrestato due volte dai tedeschi quando aveva appena 14 anni»

27 Dicembre 2018

I familiari di Mario Badia ricordano le gesta del loro congiunto, che fu assessore comunale del Pri: «Non pensavamo di ricevere tanta solidarietà da parte della gente che lo ha conosciuto»

L’AQUILA. A tre giorni dalla morte del partigiano Mario Badia, i familiari hanno scritto una lettera al Centro per tratteggiarne la personalità e raccontare episodi della sua avventurosa esistenza.

«Dopo il turbinio delle ultime quarantotto ore», si legge nella lettera diffusa dalla figlia di Mario Badia , «mi ritrovo a realizzare che papà non c’è più, in questa vita, che lo ritroverò solo nei miei ricordi, e potrò rivederlo solo nei miei sogni. Ma il lutto non gli si addiceva, è sempre stato sorridente, con una parola gentile per tutti quelli che incontrava, il giornalaio (usciva a comprare il Centro ogni mattina e lo leggeva tutto nell’arco della giornata), o la cassiera al supermercato (arrivava alla cassa sempre sapendo già quanto doveva pagare, aveva la capacità di sommare mentalmente, non come me che resto sempre sopraffatta dal totale), gli amici al bar di Tempera compagni di tressette, briscola e scala quaranta, o, quando si andava a mangiare fuori, i commensali ad altri tavoli per cui spesso e volentieri intonava non richiesto un’aria lirica o un motivo degli anni Cinquanta. E i tanti amici che la mattina della vigilia di Natale hanno letto sul Centro il bell’articolo in ricordo di Mario Badia, “partigiano” (così si considerava, anche se i cugini non gli avevano permesso di andare in montagna a combattere perché nel settembre del ’43 ancora non aveva 14 anni, ma fu arrestato lo stesso due volte dai tedeschi), e sono venuti a salutarlo, nella chiesa di Civitatomassa dove si era sposato e dove aveva salutato mamma, mi hanno aperto gli occhi su una vita, al di fuori della famiglia, che conoscevo poco e di cui a dir la verità eravamo tutti un po’ gelosi, anche mia madre».
«E ora che lui ha ritrovato mamma», prosegue la nota, «pronta lì sulla soglia con l’ennesimo burbero ma affettuoso rimprovero, il fratello morto tragicamente a 14 anni e i genitori che lo hanno seguito subito dopo, ora che è circondato da tutti i familiari e compagni di strada che avevano già passato il confine, tutti che gli stanno spiegando che è morto – perché non se n’è accorto – e che il pranzo di Natale non sarà a casa di qualche figlio, ma con loro a un’altra mensa, mi trovo a dovergli il tributo che merita, e a ringraziare quanti spontaneamente lo hanno ricordato con la loro presenza alla messa il pomeriggio della Vigilia di Natale, con il pensiero, con una preghiera, anche chi non lo conosceva. La figlia del suo carissimo amico Gino mi ha raccontato come Mario fu accanto a lei, sola, all’obitorio, a vegliare. Il suo collega in pensione che mi ha detto “è stato un maestro di vita per me”».
IMPEGNO CIVILE. «La deputata Stefania Pezzopane ha voluto ringraziarlo», aggiunge, «per esserci stato, sempre, a credere nella libertà, democrazia e impegno civile». Il Comune di Scoppito ha portato il Gonfalone Anpi, papà andava fiero delle sue “imprese” durante la Resistenza e della sua fede repubblicana, ha inviato un messaggio personale, che mio figlio ha trovato la forza di leggere. Le nipoti, figlie dei cugini con cui era cresciuto – Mario era rimasto solo al mondo a 13 anni - sono venute a portare il loro affetto. Mia cugina Lucia da Chieti ha scritto “…sono addolorata nel ricordo di quel bel tempo, di tanto tempo fa, che non c’è più. Ha avuto la morte dei giusti. Era un buono, una persona mite”. Grazie, Lucia, lo hai disegnato alla perfezione: un mite, buono, giusto. In tanti anni di vita insieme, a mia memoria non ha mai dato uno schiaffo a un figlio, non ha mai detto una brutta parola o imprecato, rifuggiva dalle discussioni, dai rancori, non li capiva. Da bravo Bilancia, era “terribilmente” socievole e loquace e noi figli e nipoti lo rimproveravamo, spesso e volentieri, per la sua “invadenza” che ci metteva in imbarazzo e sconvolgeva il bon ton e le convenzioni. Incontrandomi un giorno vari anni fa, in visita al Museo del Castello con una mia classe, si presentò, scherzò su di me con i più “vivaci” che si divertirono un mondo, poi, in tempi in cui l’inclusione non era di moda e non c’erano ancora docenti di sostegno, si fermò a parlare con una ragazzina con la sindrome di Down, e le fece una carezza prima di salutarci».
INTEGERRIMO. «Nei due anni in cui fu assessore al Comune dell’Aquila», prosegue la nota, «fu sempre molto attento al suo essere integerrimo nella gestione della cosa pubblica. Fu sempre mite, buono, giusto. Non aveva accettato il passare degli anni, “testardamente” continuava a difendere la sua indipendenza e le sue abitudini, a guidare la sua Cinquecento, a rifiutare ogni velatissima proposta di andare a stare in un pensionato, il che avrebbe tranquillizzato i figli – “non ci vado neanche morto all’ospizio” – teneva spento il cellulare per non scaricare la batteria e non voleva cambiarlo perché ci si era abituato. Il suo karma gli ha dato una vita lunga, senza malattia fisica né deperimento mentale, e un passaggio indolore. E così la mattina del 22 dicembre dopo un malore il ricovero lampo, emorragia da accertare ma non c’è stato il tempo perché all’una di notte se n’era già andato, in fretta».
L’ADDIO. «Temevo non ci sarebbe stata alla messa», si legge nella lettera, «la musica che adorava tanto, e io e i miei fratelli avevamo desistito dal cercare qualcuno che venisse a cantare qualcuna delle arie che intonava spesso e volentieri. Ma ci ha pensato, a nostra insaputa, padre Jovence, che si è scusato durante la celebrazione per non aver potuto all’ultimo momento preparare in suo onore qualcosa dalla Bohème, e allora, accompagnato dai musicisti e coristi della sua parrocchia, ha cantato un potentissimo “Amazing Grace” che è veramente salito fino ai cieli. Mario più di tutti sicuramente si è goduto questo inatteso tributo e avrà provato a unirsi al canto. E così te ne sei andato. In gran fretta, in punta di piedi, senza il tempo di salutare nessuno, non volevi disturbare più di tanto. Ma la chiesa era così piena che padre Jovence ha chiesto di aprire le porte perché chi era fuori potesse ascoltare – tutti là fuori si “erano disturbati”, lasciando da parte i preparativi per la cena di Natale, i vorticosi giri per gli ultimi regali, gli impegni della giornata – . Anche se non ho riconosciuto tutti i visi, in ogni sguardo velato ma sorridente leggevo la tenerezza di un ricordo. E così, papà, i tuoi figli non dovranno più cucinare per te qualche sera durante la settimana, né a pranzo la domenica, né questo Natale, né la sera di San Silvestro; ma credo che verrai lo stesso, e accanto alla sedia che era diventata il tuo posto abituale la piccola Marilù si piazzerà, come sempre, in attesa di qualche bocconcino che, come sempre, rimproverato da me, “inavvertitamente” lascerai cadere. Vi lascio un grazie da Mario e un augurio di serenità, prendo in prestito le parole che ho ricevuto lin un sms dal mio collega Emiliano: “Vi auguro di aprire il cuore a quello che non vediamo. Chi ci ama e ha amato questa vita non può che guardarci da altrove e guidarci verso la natura che ci chiama e coabita silenziosa dentro di noi”».