Balconi sigillati, ora è incubo afa

Collebrincioni, la protesta degli inquilini: dopo i sequestri viviamo mille disagi
L’AQUILA. «Ci sentiamo abbandonati, io mi sento abbandonata dalle istituzioni». Arrivando a Collebrincioni, il progetto Case compare sulla destra, in alto. Tre piastre, 24 appartamenti l'una in via di dismissione, una città fantasma. Tutti i balconi sono stati sequestrati dopo il crollo del settembre scorso in un appartamento realizzato a Cese di Preturo dalla stessa ditta che ha costruito gli alloggi a Collebrincioni. Pochi paletti sotto i balconi a reggere fettucce scolorite che il vento ha strappato e qualcuno pazientemente riannodato.
«Hanno messo i sigilli alla fine della scorsa estate», racconta Adriana Aloisi, una casa da ricostruire in via Amiternum, sempre in prima fila a condurre le sue battaglie che si fa portavoce degli altri inquilini. «L'inverno è passato e adesso siamo di nuovo in estate, e nessuno si è preoccupato di farci sapere qualcosa. Prima uno spazio l'avevamo, potevamo uscire di casa, adesso invece siamo confinati». Passeggiando lungo le piastre, l'effetto di abbandono appare evidente. È vero, c'è l'erba tagliata di fresco, ma ci sono i pavimenti esterni divelti in più punti, una mattonella si ribalta proprio sotto i nostri piedi, i giochi sembrano seminuovi ma sono deserti, così come deserto appare tutto il contesto. Il silenzio, il rumore del vento, solo i cestini sono pieni di immondizia. «Sono due mesi che non vengono a pulire, la Manutencoop non si sa, non sappiamo niente, e il sindaco mi manda 50 euro di condominio al mese». Sul camminamento esterno, l'erba tra le mattonette si è alzata: «L'altro giorno qui abbiamo trovato un serpente». «Ho l'ombrellone aperto perché dentro ho una cagnetta di 17 anni e il marito cardiopatico. Se uno vuole uscire non può farlo per la paura che cada un balcone in testa. Ci moriamo di caldo, d'estate siamo a 29 gradi, l'inverno questo è il primo posto in cui nevica». I ricordi tornano indietro nel tempo, al febbraio 2012, quando per portare qualche rifornimento un residente tirò fuori un enorme trattore e riuscì a sconfiggere la neve che aveva raggiunto i 2 metri. C'è chi ancora oggi ricorda quell'enorme trattore che rientrava, in mezzo alla bufera, con le luci tutte accese che sembrava un'astronave. «Qui siamo rimasti in pochi, molti se ne sono già andati, a me hanno detto che c'è posto a Camarda o Assergi, ma ho il marito cardiopatico, l'ospedale sarebbe troppo lontano. L'autobus c'è, finchè la scuola è aperta però, l'estate le corse diminuiscono e la domenica niente». C'è anche un albero che cresce nella tromba di un ascensore. «Siamo rimasti soli, ci hanno abbandonato».
Raniero Pizzi
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