Bancarotta Artigianservice «Gestione spregiudicata»

26 Agosto 2020

Le motivazioni delle condanne degli ex amministratori Lombardo e Fulvi «Gli imputati hanno ricevuto compensi quando la srl era già senza soldi» 

L’AQUILA. «Non appare opportuno concedere le attenuanti generiche in considerazione della spregiudicatezza dimostrata dagli imputati, i quali hanno reiterato la condotta di distrazione e dissipazione fino a epoca immediatamente precedente al fallimento». Questi alcuni passi della motivazione con la quale il tribunale ha condannato, alcuni mesi fa per bancarotta fraudolenta, i gestori di Artigianservice, ovvero Luigi Lombardo, ex presidente provinciale di Confartigianato, al quale sono stati inflitti 3 anni e mezzo di reclusione, e Pio Fulvi che ha preso 3 anni e tre mesi. Una condanna (appellata) cui è seguita anche l’inabilitazione di dieci anni dall’esercizio di impresa commerciale. «La mancanza di scritture contabili complete», si legge ancora nella motivazione, «e l’assenza di bilanci depositati dopo il 2010 ha reso impossibile la ricostruzione del volume degli affari. Dall’esame degli ultimi atti depositati nel 2009 e 2010 emerge che vi erano state perdite di esercizio le quali avevano eroso il capitale sociale e avrebbero imposto all’amministratore di convocare l’assemblea per l’azzeramento e la ricostituzione del capitale sociale. Nonostante la situazione di deficit patrimoniale si evince che Fulvi ha ricevuto compensi anche quando la situazione di difficoltà era ormai conclamata. Anche Lombardo ha percepito compensi nonostante non rivestisse le carica di amministratore». «Inoltre», dicono i giudici di primo grado, «risulta restituito un finanziamento a Lombardo e uno alla Confartigianato violando la clausola di postergazione in presenza di debito di grado superiore, per esempio verso i dipendenti».
«Entrambi gli imputati», scrivono ancora i giudici, «si sono avvicendati nella carica di amministratore distraendone i beni e il patrimonio per i propri interessi personali. Tanto hanno fatto pur consapevoli dello stato di decozione nella quale la società versava fin dal 2009». I giudici non hanno tenuto in gran conto la giustificazione che il sisma ha contribuito non poco al fallimento, ma hanno ribadito che «l’obiettivo di distrarre i beni è stato raggiunto in modo spregiudicato». Nel processo le difese sostennero che, per una serie di problematiche, non fu possibile presentare controperizie per controbilanciare i rilievi dell’accusa e, dalla documentazione, mancherebbe un inventario che, stando ai difensori, avrebbe chiarito molte cose a fronte di un buco di poche migliaia di euro.
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