«Basta politica, ora lavoro la campagna»

18 Novembre 2018

L’ex segretario provinciale della Dc: ho passato anni belli, ma sto meglio adesso 

Alfonso D’Alfonso ha 60 anni ed è un imprenditore agricolo. Molti aquilani lo ricordano però come politico impegnato nella Dc negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Nel 1985 fu giovanissimo consigliere e assessore provinciale. Nel 1987 diventò segretario provinciale della Dc, il più giovane in Italia, partito che in provincia dell'Aquila era strutturato in oltre 200 sezioni e contava 15.000 iscritti e all’epoca in Abruzzo faceva riferimento a Lorenzo Natali e Remo Gaspari, due personalità diverse ma che hanno segnato la storia della regione. D’Alfonso lasciò la Dc nel 1992, dopo qualche tempo lo scudo crociato sparì dal panorama politico nazionale.
Cominciamo dall’inizio. Lei dov’è nato, dove ha trascorso la sua infanzia e qual è stato il suo percorso di formazione?
«Sono nato all’Aquila e cresciuto a Capestrano dove ho frequentato elementari e medie. La mia formazione è prettamente umanistica, Liceo e poi Giurisprudenza, prima a Teramo poi a Urbino».
Giovanissimo ha scoperto la politica e ha militato a lungo nella Dc, come accadde?
«Mio padre era un dirigente locale della Coltivatori Diretti e della Dc. Ed io a 14 anni mi scontravo con lui perché affascinato dalle gesta del “Che” e dalle lotte degli uomini di Chiesa a fianco dei Campesinos sfruttati in Sudamerica. Al Liceo nelle assemblee mi confrontavo con i ragazzi di “Lotta Continua” e “Autonomia Operaia”. Erano gli anni Settanta, anni di piombo e con quei ragazzi lo scontro era duro ma ammiravo la loro preparazione politica. Allo stesso tempo mi tenevo distante dai militanti di destra, orfani del ventennio fascista. A 16 anni già militavo nel Movimento giovanile Dc di cui divenni dirigente. Con molti giovani di allora siamo rimasti amici e continuiamo a frequentarci tuttora. Ricordo la grande manifestazione del movimento giovanile democristiano a Roma durante il rapimento di Moro. Giorni tremendi. Ma fu allora che la passione politica e civile mi conquistarono completamente».
Negli anni ’80 del secolo scorso a un certo punto lei fu nominato segretario provinciale della Dc partito in cui c’erano personaggi importanti sia a livello nazionale che locale. Ha qualche ricordo particolare di quel periodo, legato magari a uno di loro?
«La politica a quel tempo era una cosa molto seria, ricordo i tanti corsi di formazione: economia, amministrazione, comunicazione. Ma ciò che ci arricchì di più fu il confronto con figure come Lorenzo Natali. Lui ci ha trasmesso la visione della politica non come una gestione del potere per il potere ma come unica occasione per programmare la crescita e lo sviluppo sociale, civile ed economico del territorio. Memorabili i suoi insegnamenti sul ruolo che l’Europa avrebbe avuto sul nostro paese. Ritengo che per tutti noi non aver compreso appieno quel messaggio sia stata un’occasione persa».
I suoi anni di militanza nella Dc con incarichi di vertice furono anche quelli della progressiva scomparsa del partito. Lei si è un po’ sentito come il sagrestano che a fine messa spegne luci e candele?
«Gli anni ai vertici della Dc sono stati di duro lavoro e sacrifici ma anche di esperienze irripetibili. Erano gli anni in cui ci si impegnava per la crescita e lo sviluppo delle aree interne della nostra regione, noi avevamo una visione e un progetto di “sviluppo armonico” dell’Abruzzo contrapposto a chi credeva solo nella crescita delle aree costiere. Infrastrutture, università, ricerca, sanità di eccellenza, terziario avanzato, tutela del territorio, agricoltura di qualità, sviluppo turistico sono frutto delle nostre scelte di allora. Dispiace che adesso in tanti lo abbiano dimenticato. In campo prettamente politico la mia conduzione si caratterizzò anche per le gestioni unitarie negli enti territoriali con il coinvolgimento dell’ex Pci. C’erano accordi sui programmi e le scelte concrete negli interessi dei territori, questa era la politica che ricordo io. Sagrestano? No. Quando andai via la Dc c’era ancora, non sono stato l’ultimo a chiudere la porta».
Finita l’esperienza politica lei è stato anche un manager, si è buttato insomma nel lavoro e nella vita “vera”.
«Dopo il crollo del muro di Berlino nel novembre 1989 e la fine dell’unità politica dei cattolici, iniziò la crisi della Prima, e finora unica, Repubblica del nostro paese e io nel 1992 mi dimisi dai miei incarichi dedicandomi al lavoro privato. Ribadisco e sottolineo lavoro privato senza cercare paracadute nel pubblico. Una buona esperienza nella gestione delle risorse umane e nell’attività e conduzione delle piccole imprese prima a Roma e poi in Abruzzo: sveglia alle 5, due ore di autobus Arpa per Roma, spostamenti in metro con rientro alle 9 di sera».
Attualmente lei è un imprenditore agricolo ed è impegnato in organizzazioni che lavorano per la valorizzazione turistica della nostra regione. Ma prima c’è stato un altro passaggio?
«Dal 2002, forte delle competenze acquisite, ho ricoperto ruoli manageriali apicali in aziende e associazioni datoriali di trasporto pubblico sia regionali che nazionali: Ama, Arpa, Sangritana, Astra, Cispel, Tibus e altri consorzi che hanno gestito il trasporto pubblico locale in città del Centro-Nord. In queste imprese mi sono avvalso dell’esperienza maturata sia nel privato che in politica ottenendo ottimi risultati: bilanci in utile, aumento di produttività, buona qualità dei servizi erogati percepita dagli utenti e ottime relazioni industriali con le organizzazioni sindacali dei lavoratori. Questo a dimostrazione che le aziende pubbliche, se ben governate, oltre alla qualità del servizio possono reggere anche il confronto con il mercato».
Nel 2011 la svolta, l’ennesima si potrebbe dire.
«Nel 2011 ho deciso di cambiare vita. Non condividevo le logiche della proprietà azionista – vale a dire la politica del momento – una proprietà che non sapeva o non voleva valorizzare le proprie aziende. Allora ho scelto di andare via in punta di piedi, senza buonuscita e senza sbattere la porta e di tornare all’impresa agricola di famiglia. Insieme a mia sorella Adriana, che aveva sempre continuato a condurla, mi sono impegnato per valorizzare l’azienda implementando le coltivazioni tradizionali e riscoprendo altre produzioni tipiche del nostro territorio per poi trasformarle e portarle sulla tavola del nostro agriturismo con l’aiuto della nostra valida agrichef Mariana che si è messa in gioco insieme a noi per creare piatti genuini e autentici della nostra tradizione culinaria rivisitata con occhi moderni. Oggi l’azienda agricola “Terre del Tirino” e l’agriturismo “Terra di Solina e Acqua dolce rooms” sono una realtà, nel nostro territorio, della quale siamo orgogliosi. Contemporaneamente ho investito tempo e risorse anche nella costruzione di un sistema turistico territoriale per accrescere l’attrattività della nostra regione spesso nell’indifferenza delle istituzioni e a volte con scarsa consapevolezza da parte di colleghi operatori privati. Ma le cose stanno cambiando, la necessità di fare rete è condivisa da un numero crescente di imprese, convinte che ciò che conta è proporre un territorio e non solo le proprie piccole realtà. Qualità e cultura dell’accoglienza, questi gli obiettivi da raggiungere per ottenere sviluppo e turismo vero e quindi massima valorizzazione sul posto delle nostre eccellenze agroalimentari».
Un mix di tradizioni e modernità?
«Sì, ispirandoci al vecchio mulino che utilizzava l’energia dell’acqua, abbiamo realizzato impianti fotovoltaici per la produzione di energia pulita anche smantellando coperture in eternit. Quel vecchio mulino dove la mia famiglia macinava incessantemente il grano Solina, dove tra l’altro io ho trascorso la mia infanzia e che ora è sommerso dalle acque cristalline del Lago di Capodacqua, meta di sub che da tutte le parti del mondo vengono a fare immersioni in quel luogo incantato. Sui nostri 35 ettari di terreno, con rispetto per l’antico sapere e con l’aiuto sia di giovani agronomi preparati sia di moderne attrezzature meccaniche, coltiviamo in conversione biologica cereali antichi, legumi, vigneti e uliveti, tartufaie, canapa, zafferano, orti e frutteti. Produciamo anche frutti di bosco e da poco abbiamo reintrodotto la coltivazione della canapa in sinergia con Canapè, una start up di giovani intraprendenti. Sempre con metodo biologico e naturale rispettando la biodiversità e la stagionalità delle colture. E poi c’è l’olio extravergine d’oliva ottenuto dai nostri uliveti con spremiture quotidiane a freddo subito dopo la raccolta. E potrei continuare con i nostri vini naturali a fermentazione spontanea non filtrati ancor più pregiati per le piccole quantità ottenute. Ci piace condividere la quotidianità dei cicli naturali delle nostre coltivazioni con i nostri ospiti per trasmettere loro l’amore per la terra e i suoi frutti».
Consiglierebbe a un giovane volenteroso di tornare alla terra? E nel caso con quale spirito e con quali idee?
«I giovani sono il futuro per i nostri territori e noi, sempre pronti ad accogliere proposte innovative, collaboriamo con start up di ragazzi volenterosi e fortemente motivati. Mettiamo a disposizione di chef giovani, ma altamente professionali, la nostra cucina per sperimentare insieme a loro nuovi piatti ispirandoci ad antiche ricette e utilizzando naturalmente le nostre preziose materie prime. Fare impresa oggi è difficile, in agricoltura e nel turismo lo è ancora di più. Però crediamo che, se c’è passione e capacità progettuale, i giovani hanno il diritto sacrosanto di crederci e osare perché dalla terra potranno trarre l’energia positiva per un futuro degno delle loro aspettative».
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