Billi: lo Stato deve essere in grado di fare un processo a se stesso

Il giudice torna sul caso della commissione Grandi rischi, fu lui a stilare la prima sentenza di condanna La discussione è avvenuta durante la presentazione del libro “Tranquilli” del giornalista Alberto Orsini
L’AQUILA. «Lo Stato deve essere in grado di processare se stesso». Lo ha detto ieri pomeriggio Marco Billi, il giudice che stilò la sentenza di primo grado del processo cosiddetto Grandi Rischi. Billi ha partecipato nello spazio conferenze della libreria Polarville (a due passi da Porta Castello) alla presentazione del libro del giornalista Rai (aquilano) Alberto Orsini che ha per titolo “Tranquilli, il processo alla commissione Grandi rischi”. L’incontro è stato moderato dalla giornalista del Capoluogo, Eleonora Falci. Oltre a Billi è intervenuto il sostituto procuratore della Repubblica dell’Aquila, Fabio Picuti, che in quel processo rappresentava l’accusa. Fra il pubblico la senatrice Stefania Pezzopane, il comandante provinciale dei carabinieri Nazzareno Santantonio e alcuni parenti delle vittime del terremoto del 6 aprile 2009 che entrarono nel procedimento penale come parti civili. Il processo di primo grado terminò con la condanna degli scienziati della Commissione imputati di omicidio colposo e lesioni (mille pagine le motivazioni della sentenza). In Appello e in Cassazione furono poi assolti, tranne una condanna passata in giudicato per l’ex vicecapo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis. L’accusa ipotizzata dagli inquirenti era di aver rassicurato la popolazione e sottovalutato il rischio sismico nella riunione del 31 marzo 2009 svolta all’Aquila, cinque giorni prima del terremoto distruttivo. Il libro di Orsini è una cronaca giornalistica minuziosa. Proprio alla “tranquillizzazione” – percepita e ribadita dai testimoni nel corso delle udienze – fa riferimento il titolo dell’opera, “Tranquilli”, abbinato a uno delle metafore del processo: il bicchiere di vino da poter bere serenamente, come ipotizzato – in risposta a una domanda del compianto giornalista Gianfranco Colacito – da Bernardo De Bernardinis in veste appunto di vicecapo della Protezione civile (il capo era Guido Bertolaso). Billi, se pur con grande tatto, non ha nascosto una certa amarezza quando la sua sentenza fu attaccata da più parti come frutto di un «processo alla scienza». In realtà, come ha ricordato lo stesso giudice, «quella decisione fu forse il primo tentativo di stabilire un nesso causale» fra un evento naturale distruttivo e l’analisi del rischio fatta dagli scienziati». È proprio lo sforzo di individuare il «nesso causale» che fa sì che la sentenza, come ha detto Fabio Picuti, ora venga studiata nelle scuole che preparano i giovani che intendono fare il concorso per entrare in magistratura. Altro tema toccato è come la sentenza di primo grado ha cambiato il modo di comunicare il rischio. Che lo abbia cambiato è indubbio. Sempre Picuti ha sottolineato come – soprattutto nel primo periodo dell’emergenza Covid – a livello istituzionale le parole sono state «pesate» e «misurate». La conclusione è stata che al di là degli esiti giudiziari che ognuno valuta positivamente o negativamente, a seconda della propria esperienza personale, quel processo – con le sue tre sentenze – resta pietra miliare della giustizia italiana degli ultimi 10 anni.
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