Boschi in aula: «La sequenza non significa scossa forte»
L’AQUILA. In apertura di giornata prova a volare alto l’avvocato Francesco Petrelli, che intrattiene l’uditorio per quattro ore tra nesso psichico, suitas (più o meno: quando si fa una cosa e si ha...
L’AQUILA. In apertura di giornata prova a volare alto l’avvocato Francesco Petrelli, che intrattiene l’uditorio per quattro ore tra nesso psichico, suitas (più o meno: quando si fa una cosa e si ha la coscienza e la volontà di farla), elemento psicologico del reato, nesso eziologico e teoria delle rappresentazioni sociali. Un intervento molto tecnico, quello del difensore di Franco Barberi (già presidente vicario della Grandi rischi), che viviseziona la sentenza di 900 pagine del giudice Marco Billi. La mattinata va via quasi tutta con questa dotta esposizione. Nel pomeriggio (in aula restano fino alla fine cinque dei sette imputati: Enzo Boschi, Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Mauro Dolce) sale in cattedra Boschi, che chiede la parola e parla per dieci minuti («sono agitato e anche emozionato»), da sismologo, citando lo studio del 1995 che porta il suo nome. «La previsione del terremoto non si può fare su basi statistiche né deterministiche, nemmeno basandosi sui precedenti. Una sequenza sismica non fa arrivare un terremoto più forte. I problemi veri cominciano dopo la scossa forte. Affrontammo con la Protezione civile la possibilità che forti scosse successive potessero far crollare la diga di Campotosto». A fine udienza, poi, Selvaggi fa capolino in sala stampa, dove, mischiato ai «giornalisti infedeli», è allestito anche una sorta di nucleo di «controinformazione» rappresentato da vecchi e nuovi componenti della galassia Ingv e Dipartimento che dichiarano sui social network di stare qui perché «si sta provando a dare agli interessati gli strumenti per capire quello che i media hanno quantomeno offuscato». Anatema, questo, cinguettato su Twitter. (e.n.)
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