Boss con vita da insospettabile in centro

Il capo del clan Black Axe pagava puntualmente l’affitto e usciva pochissimo dal suo appartamento, era un invisibile
L’AQUILA . Usciva pochissimo e pagava regolarmente l’affitto. Era una vita da insospettabile quella di Solomon Obaseki, il 35enne arrestato dalla polizia con l’accusa di essere il capo in Italia di Black Axe, organizzazione criminale nigeriana dedita a sfruttamento della prostituzione, spaccio di droga, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sopratutto a truffe online tramite siti internet di incontri e carte di credito clonate in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti. In carcere sono finiti altri 29 affiliati al clan sparsi in 14 province, da Catania e Genova, tutti incriminati per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata a circa cento capi d’imputazione.
VITA NELL’OMBRA. Il capo era lui e secondo le accuse dall’Aquila teneva i fili dell’organizzazione criminale composta da ulteriori 25 componenti, per lo più corrieri e destinatari di merci acquistate con frode, anch’essi indagati nell’inchiesta della Procura. Obaseki gestiva le attività illecite dall’appartamento affittato in centro, in via Tito Pellicciotti, riducendo al minimo gli spostamenti. Si muoveva solo quando doveva incontrare i “chairman”, luogotenenti che comandavano le sedi periferiche del clan. La sua riservatezza sfiorava l’autoisolamento, tanto da passare quasi del tutto inosservato ai vicini. I contatti con l’esterno erano affidati a telefoni cellulari e internet tramite i quali, stando alla Procura, ha messo in piedi un volume di affari illeciti per oltre un milione di euro. Soldi riciclati anche grazie all’uso di criptovalute e reinvestiti in immobili in Nigeria.
LA RETE. A livello locale il capo poteva contare su dodici affiliati, il cui primo compito era quello di raccogliere elemosine davanti ai supermercati, ma che di fatto presidiavano il territorio. All’attività legata al cosiddetto cybercrimine, infatti, l’organizzazione univa, sebbene in entità minore, spaccio di droga e prostituzione. Il tutto era accompagnato, secondo gli investigatori, dai tratti tipici della criminalità organizzata, come rigide gerarchie, obbedienza assoluta, punizioni e riti di affiliazione. Per la Procura però Obaseki, nella cui abitazione è stata sequestrata un’ascia, simbolo del gruppo, era un “integralista” in quanto aveva di molto ristretto margini e modalità di arruolamento.
LE INDAGINI. Gli accusati, di cui uno sarebbe domiciliato nelle strutture del Consorzio celestiniano, sfileranno nelle prossime ore davanti ai magistrati per gli interrogatori di garanzia. L’inchiesta che ha portato allo smantellamento del clan è scaturita, nel 2018, da un’intercettazione durante altra indagine relativa allo spaccio di droga nell’Aquilano che ha permesso di individuare uno dei corrieri di Black Axe e risalire così al boss, tenendolo sotto controllo per circa un anno e mezzo.
I COMPLIMENTI DI SALVINI. L’operazione di Procura e polizia suscita l’apprezzamento della Lega a tutti i livelli. «Complimenti a forze dell’ordine e inquirenti che hanno ripulito L’Aquila e altre tredici province italiane dalla mafia nigeriana», afferma il segretario Matteo Salvini, «per l’ennesima volta, la cronaca smentisce chi, per motivi ideologici, ha sempre negato l’esistenza di grandi organizzazioni criminali extracomunitarie. Tolleranza zero contro i delinquenti di ogni colore». Anche il deputato e coordinatore regionale Luigi D’Eramo sottolinea la rilevanza dell’iniziativa. «Al di là dell’encomiabile lavoro di indagine portato avanti da forze dell’ordine e inquirenti», osserva, «non si può non rilevare la gravissima circostanza della presenza di così pericolose frange criminali nel nostro Paese e addirittura nel territorio regionale: proseguiremo sempre la nostra battaglia contro ogni mafia». Per il capogruppo di Comune Francesco De Santis «vengono confermate le paure e i timori che denunciamo da anni in città». Immediata la replica del “Passo possibile”. «Il sistema di accoglienza dei migranti», affermano i consiglieri Emanuela Iorio ed Elia Serpetti, «al contrario di ciò che dice faziosamente Francesco De Santis, in questi anni ha prodotto nella nostra città integrazione e assistenza a persone con gravi disagi».
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