Boss malato terminale, appello ai giudici

Il camorrista Tuccillo rinchiuso nel supercarcere. La figlia: «Non lasciatelo morire in una cella»
SULMONA. Un appello disperato alle istituzioni e alla giustizia affinché suo padre, gravemente malato, possa passare gli ultimi giorni che gli restano da vivere, fuori dalla cella del supercarcere di Sulmona dove l’uomo è detenuto. A lanciarlo Teresa Tuccillo, figlia di Gennaro, esponente di spicco del clan camorristico Moccia e protagonista nella guerra tra le organizzazioni della Nuova famiglia e della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Gennaro Tuccillo, che ha 57 anni, è in carcere da 20, condannato per omicidio volontario, estorsione e altri reati, ha scontato ed è ancora detenuto e malato gravemente. «Più malata di lui è la giustizia, quella assopita, quella indifferente, quella disumana», scrive in una lettera la donna, «temo che mio padre morirà nelle mani dello Stato, di quello Stato che avrebbe dovuto punirlo per i reati commessi, ma anche curarlo». L’uomo è afflitto da malattie molto gravi. «Mio padre non può stare in carcere», ribadisce la donna, «lo hanno detto anche i medici della casa di reclusione di Sulmona». Circostanza confermata dal responsabile dell’area sanitaria del supercarcere, Fabio Federico, che ha dovuto disporre il ricovero urgente di Gennaro Tuccillo all'ospedale di Sulmona, dove è tuttora ricoverato. Ma qui il detenuto non può essere ospitato ulteriormente, perché il reparto è inadeguato alle cure di cui ha bisogno. «Questa situazione è stata fatta presente dai legali di mio padre, con istanze rivolte all’ufficio di Sorveglianza dell’Aquila, di ricovero urgente presso strutture altamente specializzate», incalza la figlia, «abbiamo presentato anche istanze di differimento pena con procedura d’urgenza e dopo anche di sospensione della esecuzione della pena, senza ottenere nulla. I medici lo hanno detto con chiarezza: mio padre rischia una morte improvvisa e le sue condizioni peggiorano ogni giorno di più, mio padre è condannato a morire. Per questo spero nel senso di umanità dei magistrati chiamati a una decisione, che non può attendere ancora, affinché mio padre possa trascorrere gli ultimi giorni di vita non in una cella».
Claudio Lattanzio
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