Braccio e il “giallo” storico sulla conquista di Paganica: il popolo si difese coi sassi

La resistenza di 10 giorni contro le truppe del Perugino che usò temibili bombarde Questa vicenda ebbe strascichi nei secoli successivi come narrato dagli studiosi
L’AQUILA. La conquista di Paganica da parte di Braccio, databile al 22 maggio 1423, è ancora oggi un “giallo” che appassiona storici e curiosi della guerra dell’Aquila. È certo che Paganica, anche con l’aiuto di un gruppo di aquilani accorsi a dar man forte, resisté alle truppe del Perugino per circa 10 giorni: dal 12 al 22 maggio. In un recente volume sulla storia del Castello di Paganica l’autore, Raffaele Alloggia, traendo spunto dalle cronache dell’epoca racconta che «i paganichesi si difesero con balestre e sassi squadrati contro le bombarde di Braccio».
LE BOMBARDE
Le bombarde di cui si parla erano una “novità”. Fino a qualche anno prima, durante gli assedi, grosse pietre venivano “sparate” dentro le mura con grosse leve che tirate come un arco scattavano in modo che i colpi andassero il più lontano possibile. Quando si cominciò a usare la polvere da sparo nacquero le bombarde. Anch’esse sparavano grosse pietre. Al tempo di Braccio però, le bombarde non erano così efficaci come lo diventarono qualche decennio dopo. Se provocavano danni limitati alle mura e alle torri, avevano però un effetto psicologico molto forte.
Il rumore degli scoppi, mai udito prima, terrorizzava le popolazioni che erano sempre più impaurite rispetto a un’arma di cui non sapevano molto.
I paganichesi oltre che con «balestre a sassi squadrati» si difesero anche con i cosiddetti «verrettoni», grossi uncini in ferro che «legati a robuste funi di canapa, venivano lanciati verso gli assalitori, agganciavano gli scaloni appoggiati alle mura e li facevano ribaltare, con gravi perdite di vite umane». Fra le vittime dalla parte di Braccio ci fu anche il Duca d’Atri.
LA DIPLOMAZIA
Il condottiero perugino oltre alla forza usò, come aveva sempre fatto, anche l’arma della “diplomazia”. Nel caso di Paganica fece arrivare alle orecchie del capitano che guidava la difesa del castello una minaccia precisa: se i paganichesi non si fossero arresi la conquista si sarebbe trasformata in una carneficina e il maniero e tutto ciò che vi era intorno sarebbe stato cancellato. Tra l’altro. i 10 giorni di assedio avevano ridotto al lumicino le scorte di viveri (si era a maggio e la nuova stagione del raccolto era ancora di là da venire). Probabilmente quello di Braccio era un bluff: lui sapeva che il Castello di Paganica gli serviva per “puntare” sull’Aquila e quindi non lo poteva distruggere. Si sarebbe, forse, “accontentato” di uccidere una parte dei difensori ma non tutta la popolazione che avrebbe dovuto – se pur costretta dalla paura – “lavorare” per lui e per i suoi uomini. Il capitano paganichese, tal Gregorio di Norcia (umbro pure lui e, pare, sodale di vecchia data di Braccio), accettò di andare a patti con l’invasore e gli aprì le porte del Castello di Paganica. Gli aquilani, che erano arrivati a sostegno dei paganichesi, in base all’accordo furono rimandati in città. E questo fu un errore sia dei paganichesi che di Braccio. Infatti una volta giunti all’Aquila raccontarono che Braccio non era imbattibile e che Paganica si era “venduta” al condottiero umbro. Vero o falso? Difficile dirlo ma la vicenda avrà gravi conseguenze a metà giugno del 1424, più di un anno dopo, quando, dopo la sconfitta di Braccio, Antonuccio Camponeschi si vendicò e distrusse il Castello di Paganica che non sarebbe mai più rinato. Due secoli dopo nella stessa zona e con le pietre del Castello, l’allora vescovo dell’Aquila Giuseppe De Rubeis, fece costruire una chiesa che oggi, dopo il sisma del 2009, attende di essere ristrutturata.
LE CONSEGUENZE
La vicenda, che come detto è ancora tinta di giallo, ebbe strascichi negli anni e nei secoli successivi. Ercolino Iovenitti nella sua “Paganica attraverso i secoli” – libro del 1973 ma che ancora oggi è fondamentale per chi vuole ricostruire la storia della frazione aquilana – scrive: «La vittoria su Braccio da Montone non fece dimenticare, però, ai paganichesi extra, la ingiusta distruzione della propria fortezza da parte delle milizie aquilane condotte da Antonuccio Camponeschi quel 16 giugno del 1424, Fortezza che oggi sarebbe stata il più bel monumento della Paganica medievale; per cui restò nell’animo dei paganichesi una crescente acredine contro gli aquilani, i quali, per di più si permettevano una vita dispendiosa a spese del contado il quale doveva pagare alla città contributi e gabelle varie. Ad aggravare questo risentimento si aggiunse anche una grande nevicata il 30 settembre 1424: fu allora che i paganichesi decisero di non pagare più le gabelle all’Aquila e di non di portare più i generi alimentari al mercato. Gli aquilani risentirono subito di questa sanzione che durò per vari anni».
( 5 - continua)
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