Bruno Vespa: «Innamorato della mia città, andavo in una scuola severa ma si insegnava il rispetto»

30 Settembre 2026

Il giornalista abruzzese torna all’Aquila per festeggiare i 30 anni di Porta a Porta: «A 18 anni intervistai Rubinstein. Io stacanovista? Finché ho protezione dal cielo»

L’AQUILA. Bruno Vespa, 82 anni, è un aquilano doc. Non solo per questioni anagrafiche, ma perché dell’Aquila ha raccontato i giorni del sisma in una pagina di televisione che ha fatto storia. Ma è anche una pagina della sua storia personale, alla conduzione di Porta a Porta, format che compie 30 anni. All’Aquila, ospite del Prix Italia della Rai, ha festeggiato questo traguardo.

Vespa, trent’anni di Porta a Porta e una vita legata a doppio filo con L’Aquila.

«Ma ora che sono tornato mi ha totalmente riconquistato, come sempre. Che città fantastica!».

Si rivede ragazzo?

«Sì, 18enne. Ho un’immagine precisa in testa».

Prego.

«Intervistai qui Arthur Rubinstein, leggendario pianista polacco. Fu un colpo incredibile».

Era il 1960.

«Suonava qui un giorno sì e uno no, per le prove del suo concerto storico».

Oltre l’amarcord, oggi L’Aquila non è solo passato.

«No, anzi. È una città rinata, con un museo magnifico dentro il suo castello. Pieno di cose stupende e di tecnologia».

Ecco, il tema portante del Prix. L’uomo e la macchina.

«È giusto che se ne parli, ma va fatta una divisione, ora le spiego».

L’intelligenza artificiale è arrivata anche nel giornalismo. Un rischio o un’opportunità?

«Ecco, questo è il nodo: dipende».

Da cosa?

«Io personalmente la uso per consultare più fonti, le verifico, mi semplifica una parte del lavoro. Da questo punto di vista, è utile».

Ma?

«È scandaloso quando si sente di scrittori che tirano fuori interi romanzi con l’AI, stessa cosa per chi ci scrive gli articoli».

Il “Play human” che dà il titolo a questa rassegna, insomma. Conta l’uomo.

«Ma diciamolo con le parole del Papa: “Magnifica humanitas”».

Come lo interpreta?

«Comanda l’uomo, siamo noi al centro. È la nostra capacità intellettiva che guida il futuro e le capacità che sviluppiamo. Guai a delegare a qualcosa di esterno».

Perfino una macchina si sarebbe fermata dopo una caduta come la sua. Lei, invece, è andato in onda.

«Non mi sarei fermato per nulla al mondo. Anche se chiunque intorno a me mi diceva di farlo».

Una caduta, per dirla con le sue parole, «rovinosa».

«A casa, dopo la ginnastica. Mi sono rialzato senza reggermi e ho sbattuto la testa contro la parete. Al Gemelli mi hanno fatto un “tatuaggio”».

Cioè?

«Trenta micropunti per togliere i pezzetti di muro sul volto (sorride, ndr)».

Cosa la spinge ancora, dopo oltre 60 anni di carriera?

«La protezione del Padreterno, finché ce l’ho andiamo avanti (ride, ndr)».

C’è dell’altro.

«La curiosità e la gioia di raccontare la vita delle persone stando in mezzo a loro».

All’Aquila, nei giorni del sisma, di storie ne ha incrociate parecchie.

«La prima immagine fu Onna. Mi ero fatto prestare l’elicottero da un amico. Gianni Letta mi aveva assicurato i piani di volo. A un certo punto ho visto paese completamente distrutto, era Onna. Scendiamo. Una persona anziana mi ha abbracciato in lacrime, è stato doloroso».

Poi ha sorvolato L’Aquila. «La cosa più impressionante fu vedere il campanile di San Bernardino. Una catastrofe impensabile. Ma c’è stato di peggio».

Cioè?

«Le palazzine degli anni Sessanta, dove sognavo di andare a vivere un giorno. Era tutto distrutto, perduto».

Allora, per chiudere, un’immagine dell’Aquila della sua infanzia.

«Sono andato al convitto nazionale, ho iniziato un anno prima. E poi al ginnasio. Erano altri tempi, una scuola severissima. Con punizioni eccessive: se ti cadeva la penna dal banco venivi cacciato dall’aula».

Addirittura.

«Oggi però è peggio: al pensiero dei ragazzi che accoltellano un insegnante, non capisco più niente. Quell’educazione severa forse era sbagliata ma ci ha formati nel segno del rispetto, dell’educazione. Oggi nessuno rispetta gli insegnanti, a partire dalle famiglie. Io avevo enorme timore verso di loro».

Primo della classe?

«Mai stato! E una volta che mi sono rifiutato di copiare dal primo della classe, ammetto che ho sbagliato (ride, ndr)».

@RIPRODUZIONE RISERVATA