Burocrazia gli vieta il lavoro da casa

11 Aprile 2020

Lettera di protesta di un centralinista ipovedente del carcere

SULMONA. È ipovedente e vuole continuare a servire lo stato da casa con la formula dello smart warking, ma la risposta del ministro, e la conseguente autorizzazione, tardano ad arrivare. Torna a suscitare grande attenzione la storia di Dimitri Bernardi residente nel capoluogo di regione che presta lavoro nel carcere di Sulmona. Nei mesi scorsi Bernardi fu già al centro delle cronache regionali a causa della soppressione della corsa del servizio di trasporto urbano dalla stazione centrale al carcere di Sulmona. La corsa venne poi ripristinata per un accordo tra Comune di Sulmona e istituto di pena. Ora Dimitri chiede l’attivazione dello smart-working per definizione al rapporto di lavoro domiciliare che gli consentirebbe di restare a disposizione della casa penale lavorando nella propria abitazione, così da rimediare alle difficoltà di spostamento e restando accanto alla famiglia. Ma la burocrazia, anche durante l’emergenza sanitaria, è capace di trovare ostacoli. «La situazione è difficile per tutti con l’emergenza legata al coronavirus», scrive Dimitri, «ma nonostante le mie quotidiane difficoltà voglio ugualmente mettermi al servizio della casa penale. Per questo ho chiesto di poter lavorare in smart-working restando a casa con l’affetto di mia moglie e mia figlia che mi stanno aiutando a prevenire il contatto con il virus. Svolgere il mio lavoro in un ambiente sicuro, ma allo stesso tempo produttivo, sono convinto che mi permetterebbe di sentirmi realizzato».
Secondo l’ipovedente con la tecnologia di oggi, sarebbe sicuramente possibile trovare una soluzione con un apposito centralino, una sorta di call center, attraverso il quale smistare le chiamate in arrivo nel penitenziario di Sulmona, nei vari uffici destinatari. (c.l.)
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