Call center, il personale chiede smart working

Nel contact Comdata dell’Inps soltanto 50 lavoratori su 500 possono svolgere le attività da casa
L’AQUILA. Le attività dei call center devono proseguire. Lo prevede l’ultimo decreto del premier Conte. Ma i lavoratori del settore, pur riconoscendo che in alcuni casi si tratta di un servizio essenziale, chiedono che venga attivato per tutti il telelavoro. Una misura che si sta cercando di avviare nei tre call center cittadini, dove cresce l’allarme per i rischi connessi al forzato assembramento, anche alla luce degli episodi di contagio da Covid-19 registrati in altre sedi italiane.
«Lavoriamo in un settore», afferma un operatore, «che già per sua organizzazione intrinseca è “remotizzato”: rispondiamo da sedi che nulla hanno a che fare, fisicamente, con il cliente o il committente. Saremmo i primi cui la remotizzazione andrebbe imposta (e non consigliata) per decreto, delibere, ordinanze. Non vogliamo stare a casa a guardare dal balcone chi esce e chi entra. Vogliamo lavorare e tenere su il Paese, con responsabilità e, però, con tutta la sicurezza che lavorare da casa può garantire». Lo smart working finora è stato attivato per 50 dei 500 lavoratori del contact center Comdata, impiegati nella commessa nazionale dell’Inps: l’ente ha chiuso gli uffici a causa dell’emergenza, gli utenti protestano per i servizi che mancano, ma per gli operatori telefonici il carico di lavoro è addirittura aumentato: «Sono una operatrice del call center Inps- der della sede dell’Aquila», scrive su Facebook una lavoratrice, «che si occupa di rispondere agli utenti che in questi giorni sono letteralmente impazziti e chiamano senza sosta preoccupatissimi e avviliti. Non bastano quindi le 12 ore di servizio giornaliere garantite dal lunedì al venerdì, non bastano le 4 ore del sabato. Non bastano turni di 4, 6 o 8 ore giornaliere di ogni operatore. Non basta più avere un numero di centralino nazionale o il numero di fax aperto h24. E non basta più il servizio online, conosciuto come Inps Risponde». L'operatrice aquilana replica alle lamentele degli utenti: «Vi siete resi conto», aggiunge amareggiata, «che la lista delle attività produttive aperte in caso di emergenza nazionale comprende i call center? Le sedi sono irreperibili, ma noi continuiamo a uscire e a recarci a lavoro, per sentire troppo spesso dall’altro lato della cornetta telefonica qualcuno che con tono di superiorità ti tratta come se non sapessi di cosa stai parlando. Gli addetti ci sono, sono chiusi nelle sedi, impauriti e preoccupati come voi, che state dall’altro lato della cuffia. Gli addetti sono persone che lavorano e hanno famiglia e vorrebbero stare a casa a fare lo smart working come voi».
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