Call center, è stato di agitazione

24 Febbraio 2017

Alla Ecare di Monticchio si teme per il destino dei 400 operatori, domani assemblea all’Auditorium

L’AQUILA. Non si arresta lo stato di crisi dei call center che operano in città, dando lavoro a circa 2.500 persone. Mentre la politica si sta muovendo, sia a livello locale che nazionale, per garantire maggiori tutele al settore, si apre una nuova vertenza, quella dei 400 operatori del contact center Ecare di Monticchio, che dopo il terremoto ha ricollocato i lavoratori licenziati dalla Transcom.

Le Rsu hanno dichiarato lo stato di agitazione, ma la delicatezza della situazione impone uno stretto riserbo sulle motivazioni, che sarebbero comunque legate alla riduzione di commesse e al timore di un depotenziamento del sito aquilano. Del resto, già lo scorso luglio Ecare aveva avviato le procedure di licenziamento per 26 addetti, nell’ambito di 211 esuberi dichiarati tra le sedi, oltre L’Aquila, di Milano, Roma, Torino e Bari. Dunque, altri 400 posti di lavoro a rischio, che vanno ad aggiungersi ai 560 del call center Lavorabile di Pettino, la cui commessa Inps-Inail-Equitalia è stata prorogata fino a giugno, in attesa del nuovo bando per la gestione. Proprio per mantenere alta la guardia su questo tema e lanciare delle proposte operative a salvaguardia dell’occupazione, l’associazione Lavori@mo per L’Aquila ha promosso un’assemblea pubblica aperta a tutti gli operatori del settore, che si terrà domani, alle 10.30, all’Auditorium del Parco. All’iniziativa sono state invitate le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil che vengono considerate «protagoniste e parte integrante della nostra stessa battaglia», i parlamentari abruzzesi e i rappresentanti delle istituzioni: ha garantito la sua partecipazione, per la seconda volta, l’onorevole Lello Di Gioia, presidente della Commissione di controllo sugli Enti di previdenza. Durante l’assemblea verranno illustrate le proposte per ottenere la garanzia della continuità aziendale, «anche in caso di subentro di nuova azienda negli appalti pubblici e privati dei servizi di contact center, con la corretta applicazione della legge e degli accordi sindacali sulla clausola sociale. Dimostreremo, norme e conti alla mano, quanti “nostri” soldi si buttano per sostituire gli attuali addetti e finanziare di fatto il profitto delle aziende appaltatrici, rimanendo con lo stesso numero di occupati, quando va bene. Questo sta accadendo in Italia non rispettando la legge: all’Aquila non deve succedere». Secondo l’associazione, può essere siglato un accordo quadro territoriale, riferito ai contact center aquilani: «È la legge che lo prevede. Si può fare: bisogna farlo subito». Verrà poi rilanciata l’idea di utilizzare una parte dei 240 milioni residui dei fondi per lo sviluppo del cratere sismico, da destinare «esclusivamente per la salvaguardia dell’occupazione esistente e tassativamente per nuove assunzioni. Basta finanziamenti alle imprese che non creano nuova occupazione. Sono le istituzioni locali e nazionali», conclude l’associazione, «che possono e debbono farlo».

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