Camorrista con la pensione di invalidità

19 Novembre 2015

Il boss Mallardo aveva tentato di comprare un’attività in città e parlava al telefono soltanto nei centri commerciali

SULMONA. Percepisce una pensione di invalidità di 300 euro al mese il super boss della camorra arrestato a Sulmona. È uno dei particolari che emerge dall’indagine su Francesco Mallardo compiuta negli ultimi due anni dagli agenti del commissariato di polizia di Sulmona, dalla questura dell’Aquila e dalla squadra mobile di Napoli. Il capo dell’omonima cosca, arrestato perché secondo l’accusa continuava a gestire gli affari illeciti del clan dando ordini dalla Valle Peligna, viveva da due anni in città. Non un pensionato qualsiasi.

Dopo aver lasciato il penitenziario di via Lamaccio aveva ottenuto la libertà vigilata per i suoi problemi di salute, in particolare al cuore. Ma per la Distrettuale antimafia di Napoli i malanni di Mallardo erano fittizi, tanto che fumava e guidava l’auto pur non avendo la patente.

Il 61enne aveva cambiato tre abitazioni nella sua lunga permanenza a Sulmona e nell’ultima, vicina alla variante per la Statale 17 per Roccaraso, i poliziotti hanno compiuto un blitz. Sono state trovate delle agendine il cui contenuto è al vaglio degli investigatori. Non sono state trovate armi. La presenza di Mallardo non era sfuggita alla squadra anticrimine del commissariato di Sulmona, diretta da Daniele L’Erario, che negli ultimi due anni ha portato avanti servizi di appostamento e pedinamento. Anche fuori regione. Alcuni servizi di pedinamento disposti dalla squadra mobile dell’Aquila, coordinata da Maurilio Grasso, sono durati anche tre giorni.

Mallardo ha tentato di tessere la sua tela anche in Abruzzo e c’è il sospetto che possa aver tentato di infiltrarsi nella ricostruzione post-terremoto all’Aquila. A Sulmona aveva cercato di comprare un’azienda per la compravendita di frutta e verdura.

Sempre stando a quanto accertato dalla polizia, Mallardo si avvaleva sul territorio della costante collaborazione dei propri familiari. Che probabilmente avevano il compito di riportare gli ordini del boss a Giugliano, la città della Campania dove ha la sua base la potente cosca. Il fratello Feliciano, che abita sempre in Valle Peligna, era il suo principale uomo di fiducia. La moglie di Mallardo, invece, si stabiliva a Sulmona tre, quattro giorni a settimana. Spesso arrivava nella città di Ovidio anche la sorella Teresa. I viaggi di figlie e generi avvenivano nei weekend. Ma era lo stesso Mallardo, di tanto in tanto, a muoversi, in particolare verso la Puglia. Spostamenti che avvenivano per fantomatiche visite mediche. Invece dei camici bianchi, però, il boss incontrava altri capi clan della camorra. Da Sulmona sarebbero partiti ordini ben precisi per portare avanti estorsioni, per compiere pestaggi e attentati, per pagare gli avvocati degli affiliati nei guai con la giustizia. Le attività erano molteplici, dalla gestione delle agenzie di scommesse fino alla realizzazione di progetti di edilizia residenziale. Da Mallardo arrivava anche il benestare per l’apertura di attività commerciali. In una intercettazione spuntano propositi di ritorsione nei confronti del collaboratore di giustizia Giuliano Pirozzi. Il boss frequentava i centri commerciali di Sulmona per parlare al telefono. Nei luoghi affollati e rumorosi sperava di eludere i controlli. Ma non aveva fatto i conti con i sofisticati strumenti utilizzati dagli agenti.

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