Campi cancellati tra fuoco e siccità: muore un territorio

28 Luglio 2022

La zona devastata, l’Ortera, è adesso una landa desolata Mai risolto il problema dell’utilizzo dell’acqua dei canali

PAGANICA. La zona di Paganica andata a fuoco viene chiamata “L’Ortera”. Un nome che racconta meglio di ogni altra cosa come il cambiamento climatico, in peggio, è ormai realtà. Spente le fiamme, l’Ortera oggi è una landa desolata. Il colore dominante è il nero, i campi di grano sono bruciati, le piante e le siepi annichilite. Di un pioppo altissimo, ultimo testimone di una zona un tempo ricca d’acqua, resta solo un tronco scheletrizzato dal fuoco. Qui una volta era un “trionfo” di orti e vigne. Qui si sono “sfamate” generazioni di paganichesi. Una sorgente nei pressi di Tempera riempiva d’acqua il reticolo di canali da cui tutti irrigavano. Quella sorgente, dicono oggi i pochi contadini rimasti (molti sono anziani), da anni si è “seccata”. Anche l’acqua del Raiale (che scende dal Gran Sasso e passa a fianco al santuario d’Appari) ormai all’Ortera è un lontano ricordo. E pian piano sono scomparsi orti e vigne (l’unica rimasta è stata annientata dal rogo) e al loro posto sono stati seminati grano e orzo che reggono meglio la siccità. Le alte temperature, la facilità con cui la paglia brucia, forse la disattenzione di qualcuno (il giorno prima un altro incendio, poi spento, si era sviluppato nelle vicinanze) hanno creato un mix micidiale. Solo grazie all’intervento dei vigili del fuoco è stata evitata una catastrofe peggiore.
IL BILANCIO. C’è chi ha perso tutti i suoi attrezzi agricoli: trattori, seminatrici, imballatrici e ranghinatori per il fieno. Centinaia di balle di paglia sono state incenerite, decine di animali da cortile sono morti. L’odore acre del fumo, e della cenere sollevata dalle folate di vento caldo, si sente distintamente. La paura è ancora tanta. In questa zona nel tempo sono sorte stalle, casette, magazzini, piccoli capannoni che fanno da “garage” per gli attrezzi agricoli. Ieri mattina, dove via del Cardinale incrocia la strada vicinale “Riga di Sant’Angelo”, all’improvviso si sono viste delle fumaiole. Il fuoco cova ancora. Con una pala qualcuno le ha “domate”, ma se non ci saranno piogge abbondanti il pericolo resta altissimo. A Paganica è iniziata una raccolta di fondi per “risarcire”, almeno in parte, chi ha perso tutto. Ma la solidarietà non basta. Servono interventi radicali per razionalizzare l’utilizzo dell’acqua, sistemare i canali, contenere le perdite e quindi creare una “barriera” verde contro gli incendi. Da queste parti da decenni non si interviene. Nessun progetto e nessun lavoro serio e innovativo. Nemmeno la semplice pulitura delle “forme”. La gestione è, sulla carta, del Consorzio di Bonifica di Pratola Peligna. Ormai l’irrigazione è “regolata” dalla legge della foresta. Irriga chi strilla di più, chi minaccia, chi si alza alle 2 di notte per rubare l’acqua all’amico col quale poi la mattina va a prendersi pure il caffè al bar. Insomma è il Far west dove ci sono utenti (che pagano al Consorzio tasse salatissime) di serie A e B. E, paradosso dei paradossi, c’è il fiume Vera (che nasce a Tempera) che di acqua ne ha, anche se meno del passato. Basta spostarsi di 200 metri dalla landa desolata dell’Ortera per arrivare a Pontignone e alla zona dei Fossi. Qui l’acqua del Vera la senti gorgogliare dappertutto. Da Pontignone fino al monte di Bazzano sembra un’oasi anche se siamo a fine luglio e con temperature che sfiorano i 40 gradi: orti, campi di mais, prati verdissimi, alberi rigogliosi dappertutto. Servirebbero progetti innovativi – e coraggiosi – per garantire a tutti l’acqua per irrigare. Solo ora, sembra, qualcosa si sta muovendo. (1-continua)