Campi di lenticchie devastati dai cinghiali

Santo Stefano di Sessanio. Allarme lanciato da Ciarrocca, presidente dei produttori: la colpa è del Parco Gran Sasso
SANTO STEFANO DI SESSANIO. Piccola, molto saporita, cresce oltre i mille metri d’altitudine sulle pendici del Gran Sasso ed è citata in documenti monastici precedenti all’anno Mille. La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, eccellenza nel mondo e presidio Slow food, è a rischio: quest’anno i produttori hanno lamentato una perdita del 50%. Le coltivazioni sono state devastate dai cinghiali: centinaia di ungulati si sono riversati sul territorio del borgo mediceo in cerca di pozze d’acqua e nel loro passaggio hanno calpestato e distrutto i campi seminati. Non solo: a causa della siccità hanno anche cambiato le loro abitudini alimentari, mangiando le piante del prezioso legume. «Il problema è iniziato da tempo», spiega Ettore Ciarrocca, presidente dell’Associazione produttori lenticchia di Santo Stefano, «ma questa annata è stata disastrosa. Purtroppo, dobbiamo denunciare una politica miope, da parte del Parco Gran Sasso Laga e delle istituzioni locali, che sta mettendo a rischio l’unica attività di sussistenza del nostro territorio, l’agricoltura, e ne sta distruggendo l’identità storica e culturale. Il lavoro dei nostri antenati vanificato per irresponsabilità e incapacità amministrativa». Parole dure, quelle di Ciarrocca: durante l’ultima edizione della sagra della lenticchia, che richiama migliaia di persone nel comune montano, ha fatto tappezzare Santo Stefano di volantini in cui veniva denunciata la situazione, raccogliendo sostegno, come quello arrivato dal comitato #SaveGranSasso, ma suscitando anche diversi malumori, da parte degli enti coinvolti. Ciarrocca non vuole vestire i panni del “macellaio”, ma chiede che si mettano in campo strategie per affrontare l’emergenza: «Tre le cause del sovrappopolamento registrato quest’anno. A partire dall’operato del Parco, che ha recintato i laghetti dove abitualmente si dissetavano i cinghiali. In massa, si sono spostati in cerca d’acqua e l’hanno trovata qui, in particolare nel lago di Santo Stefano. Poi la Provincia ha aperto la caccia nei territori limitrofi. E infine la siccità, che ha cambiato le abitudini alimentari di questi animali, che prima si cibavano di patate e di bulbi di zafferano e che adesso hanno preso di mira anche le piante di lenticchia. I danni maggiori li fanno col passaggio, calpestando i terreni seminati: in due notti a me sono stati devastati 3 ettari. Si deve intervenire subito: non parlo di imbracciare fucili, ma trovare le soluzioni più adatte. Ne va anche della sicurezza dei turisti: non si può vendere un territorio dove fuori dall’albergo ti ritrovi non solo il loro sterco, ma intere famiglie di cinghiali».
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