Carcere ingiusto, Petrilli s’arrende
La motivazione: «Ho provato a coinvolgere l’Onu con Putin, ma è stato inutile»
L’AQUILA. «La mia lunga battaglia per avere il risarcimento per ingiusta detenzione, termina oggi. Avevo promesso che il tentativo di avere un aiuto da parte del presidente della Russia Vladimir Putin sarebbe stata l’ultima spiaggia e sarà così».
Lo rende noto Giulio Petrilli, che da anni conduce una battaglia per ottenere dallo Stato italiano il risarcimento per ingiusta detenzione, dopo essere stato in carcere per sei anni e alla fine assolto dalla Cassazione. «Avevo cercato in questo modo, tramite la Russia, di coinvolgere sul problema anche le Nazioni Unite» aggiunge, «posizione velleitaria, ma dopo aver portato la questione in tutte le istanze possibili, fino alla corte europea dei diritti dell’uomo, non mi rimaneva che questo. Nei primi incontri avuti, con l’ambasciata russa in Serbia, tutto sembrava possibile, c’era un’attenzione positiva da parte loro, ma dopo una riflessione approfondita nel corso di un incontro con il diplomatico Nikita Suchodolov, che ha parlato anche a nome dell’ambasciatore russo in Serbia, in relazione alla mia richiesta, mi ha comunicato ufficialmente che al di là delle mie ragioni, ritenevano come ambasciata e di conseguenza come governo russo di non interferire con le leggi e le normative di un altro stato, in questo caso lo Stato italiano. Devo riconoscere che almeno correttamente mi hanno risposto. In Italia in tutti questi anni a livello istituzionale non ho mai avuto una risposta. Ho provato con tutte le mie forze in questi ultimi quindici anni a provare ad affermare il diritto di avere un risarcimento dopo sei anni di carcere ingiusto sancito con l’assoluzione Non ci sono riuscito. La battaglia non era solo per me, ma anche per altri che nonostante il carcere e poi l’assoluzione si sono visti rigettare l’istanza per il risarcimento da ingiusta detenzione per “cattive frequentazioni” o perché hanno “tratto in inganno gli inquirenti” e quindi corresponsabili del proprio arresto. Una legge anticostituzionale ma nessuno ha il coraggio di portarla davanti la Consulta o di cambiare la norma in parlamento».
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