Casa studente, prima sentenza entro l’anno

Al vaglio del tribunale la richiesta di 2 milioni a Regione e Adsu per la morte di un universitario israeliano nel crollo
L’AQUILA. Entro l’anno ci sarà la prima sentenza su una richiesta di risarcimento per il crollo della Casa dello studente dove il 6 aprile 2009 persero la vita otto ragazzi e altrettanti rimasero feriti in modo grave.
Ieri, infatti, si è svolta l’ultima udienza riguardante la richiesta di risarcimento avanzata dalla famiglia di Hamade Hussein, detto “Michelone” uno studente di Medicina israeliano, nato in una città di 120mila abitanti chiamata Kabul. La richiesta della famiglia, avanzata tramite il legale Wania Della Vigna, è di due milioni.
L’udienza si è conclusa ma non più davanti al presidente del tribunale Ciro Riviezzo, che aveva trattato il caso. Egli infatti, ha affidato la causa alla più giovane collega Monica Croci, la quale ha un compito molto impegnativo visto che la sua sarà una sentenza pilota posto che altre ne seguiranno in relazione a casi riguardanti quel crollo ma anche su altri procedimenti simili.
Entro qualche mese ci saranno le comparse conclusionali ai fini della sentenza. Da ieri, infatti, il fascicolo è tra quelli “trattenuti a decisione”, dunque la fase istruttoria è completata. La citazione primaria della parte civile riguarda la Regione e l’Adsu che, a loro volta, hanno chiamato in causa l’Università dell’Aquila, ministero dell’Istruzione e Angelini immobiliare, società che realizzò l’edificio. Questi ultimi, a loro volta, hanno chiamato nel giudizio le loro compagnie assicurative. Citati anche i quattro imputati che sono stati condannati nel penale in quanto responsabili dei restauri. La Cassazione, l’11 maggio 2016, ha inflitto quattro anni di reclusione agli ingegneri Bernardino Pace, Pietro Centofanti, Tancredi Rossicone e due anni e sei mesi (pena sospesa) a Pietro Sebastiani, ex presidente della commissione collaudo dell’Adsu.
Ma nel mirino ci sono soprattutto la Regione e l’Adsu, in quanto, sotto la loro gestione, il fabbricato, peraltro mal realizzato 50 anni fa, fu trasformato da magazzino di medicinali a luogo di accoglienza di universitari. In udienza, nella veste di portavoce del comitato delle vittime, c’era anche Antonietta Centofanti. «Siamo alla fine di questo percorso», ha detto, «e vediamo la luce in fondo al tunnel. I nostri morti non ce li ridarà nessuno, ma è giusto che sia accertato anche nel civile che ci sono stati errori in modo che in futuro ci possa essere più attenzione». Resta il rammarico, da parte della Centofanti, che nel rapporto di Abruzzo Engineering, ben noto già prima del sisma, questa struttura fu inserita tra quelle a rischio, ma si fece finta di niente: per quelle gravissime omissioni nessuno fu mai inquisito.
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