Case e Map: 6mila alloggi a prova di terremoto

3 Febbraio 2017

C’è chi pensa all’abbattimento a causa dei costi eccessivi della gestione Oggi sono molto richiesti perché mettono al sicuro dal rischio sisma

L’AQUILA. Sono circa 6.000 alloggi, tra progetto Case e Map. Un patrimonio immobiliare immenso, con costi di gestione e manutenzione altissimi, che nessun Comune in Italia potrebbe permettersi. Ma intanto, dopo la nuova emergenza legata ai recenti terremoti che hanno colpito il centro Italia, sul futuro delle case provvisorie sorte in seguito al sisma del 2009 si è riacceso il dibattito. Esiste un ordine del giorno, approvato dal consiglio comunale lo scorso anno, che ne prevede la progressiva dismissione, cioè la demolizione, partendo da quelli in cui sono stati rilevati danni o difetti costruttivi. E c’è la posizione dell’Unione Europea, che ne ha decretato la provvisorietà. Tuttavia, in tanti, soprattutto sui social network, ma anche a livello politico, si stanno interrogando sulla necessità o meno di mantenere “in vita” le abitazioni antisismiche destinate agli sfollati e in cui hanno trovato ospitalità anche i terremotati di Amatrice e dei Comuni dell’Alta Valle dell’Aterno. Secondo l’assessore all’Assistenza alla popolazione, Fabio Pelini, «è innegabile che, dopo gli ultimi eventi sismici, gli alloggi si sono dimostrati utili e hanno rappresentato un punto di riferimento per le popolazioni interessate. Ma passata questa fase, su un loro eventuale futuro riutilizzo dovrà pronunciarsi la prossima amministrazione comunale, dopo uno studio attento, basato soprattutto sui punti di criticità». Pelini ricorda di essere stato, all’indomani del 6 aprile, tra coloro che avrebbero preferito una soluzione abitativa alternativa, magari sul modello degli studentati europei: «Non è una questione che può esaurirsi nell’ambito di un dibattito tra favorevoli e contrari. Ci sono due problemi evidenti, dai quali partire. Il primo è quello che riguarda l’equilibrio economico-finanziario della loro gestione, che è assolutamente onerosa. Il secondo è che molti di questi complessi presentano difetti costruttivi e vizi strutturali: e i costi per recuperarli sarebbero maggiori di quelli per abbatterli. C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare: sono stati realizzati con il criterio dell’urgenza, su terreni che avevano destinazioni d’uso diverse. Spero che a nessuno venga in mente», sottolinea Pelini, «di abbattere quelli danneggiati per mettere in piedi qualche speculazione edilizia più o meno mascherata. Sappiamo che la nostra città dispone attualmente di circa 155mila alloggi a fronte di 70mila abitanti: le eventuali aree che dovessero liberarsi potrebbero essere destinate a servizi per il miglioramento della qualità della vita, come spazi verdi, di aggregazione e ricreativi».

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