Case equivalenti, lo “scandalo” Pettino

Concessi 66 milioni a un consorzio per rifare 201 alloggi ma in 78 scelgono il cambio di abitazione che costa altri 20 milioni
L’AQUILA. Sullo “scandalo” delle abitazioni equivalenti (decido di non ricostruire l’abitazione distrutta e me ne compro un’altra in una qualsiasi città italiana) pensavamo di aver visto di tutto, compreso chi ha acquistato un bell’appartamentino a Milano spacciando per prima casa quella che aveva all’Aquila che tale non era. Ora esplode un altro “scandalo” che potrebbe avere conseguenze gravi sia sotto il profilo penale che su quello del danno erariale. Tutto nasce dalla solita confusione delle norme e da ordinanze che si smentiscono a vicenda. In questo caso quello che colpisce sono i soldi in ballo (quasi 90 milioni di euro) concessi in maniera quanto meno un po’ avventata. Per raccontare una storia complessa bisogna semplificare col rischio anche di scivolare in inesattezze. Ma è tutto così incredibile che sembra un film di fanta-ricostruzione. Parliamo di un palazzone che si trova a Pettino. È un edificio costruito molti anni fa con il sistema dell’edilizia economica e popolare: il Comune espropria il terreno e lo cede per 99 anni ad alcune coop edilizie (poi riunite in Consorzio), lo Stato concede un mutuo a mini interessi e i soci negli anni pagano delle quote per rientrare di quel mutuo (in tutto si parla di circa 50.000 euro a testa). La proprietà però _ anche a mutuo pagato _ non è dei singoli soci ma resta in capo al Consorzio (ho rinunciato a capire la ratio di tutto questo ma tant’è). Arriva il terremoto e il palazzo con i 201 alloggi subisce gravi danni strutturali. Si decide di abbattere e ricostruire e il Consorzio (non i singoli soci) ottiene la bella cifra di 66 milioni di euro (i soldi che servono per rifare un’intera frazione dell’Aquila). Partono i lavori che vanno avanti senza intoppi. Ma c’è un colpo di scena. Uno degli assegnatari (questa pare sia la parola giusta per definire i soci) decide che non vuole più stare in quella sorta di “alveare” umano e pensa che una casetta più comoda e più isolata non sarebbe male. E quindi si lancia sull’abitazione equivalente. Entrano in gioco due ordinanze, la 3.803 e la 3.817 del 2009. La prima sembra aprire uno spiraglio, l’altra invece pare lo chiuda. Ma qual è il nocciolo? La formula dell’abitazione equivalente prevede che si possa cedere al Comune la casa diruta, ottenere una bella sommetta e comprarsene una altrove. Ma se l’alloggio non è di tua proprietà come fai a cedere una cosa non tua? E qui parte una serie di contenziosi. Ci sono sentenze e pareri che sembrano dare ragione al Consorzio: la proprietà dell’appartamento non è del singolo socio e quindi la scorciatoia dell’abitazione equivalente non si può percorrere. Eppure, a un certo punto il Comune dice sì al socio che aveva per primo fatto la “pensata”. È stato come aprire una diga: altre 77 persone hanno seguito l’apripista e a “botte” di oltre 200.000 euro a testa si è arrivati a circa 20 milioni di case equivalenti. Ma se quella procedura non era possibile, i 20 milioni perché sono stati concessi? E se dovesse venir fuori che il Comune ha sbagliato, chi pagherà? Quesito finale: i 77 alloggi vuoti sono del Comune (che in teoria li ha avuti però da chi sulla carta non ne era proprietario) o del Consorzio che così potrà disporne e quindi venderli a nuovi soci? Un ginepraio infinito. Comunque andrà a finire una brutta figura per L’Aquila. E poi sono i giornalisti che buttano fango sulla città.
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