Cerone (Enalcaccia) all’Atc: no alla carneficina dei cinghiali

AVEZZANO. Le modalità della caccia al cinghiale aprono un fronte di contrapposizione in cui “apre il fuoco” della polemica il vicepresidente Enalcaccia provinciale, Nicola Cerone.«Si sa, recita il...
AVEZZANO. Le modalità della caccia al cinghiale aprono un fronte di contrapposizione in cui “apre il fuoco” della polemica il vicepresidente Enalcaccia provinciale, Nicola Cerone.
«Si sa, recita il proverbio: “fatta la legge, trovato l’inganno”. Il disciplinare della giunta regionale 462/17 disciplina l’abbattimento di una determinata specie di fauna selvatica, quale i cinghiali, al solo scopo di prevenzione per i danni che arrecano all’agricoltura. Pertanto, essa demanda ai vari ambiti territoriali di caccia, sparsi nel territorio di regolamentarne l’esecuzione».
«L’Atc marsicano», precisa Cerone, «ha interpretato in maniera volutamente ambigua tale direttiva: ha permesso ai cosi detti selettori di effettuare le operazioni di selezione tutti i giorni (martedì e venerdì esclusi perché giorni di silenzio venatorio), compresi il giovedì e la domenica, giorni riservati all’addestramento dei cani, senza l’ausilio delle armi». Il vicepresidente di Enalcaccia ricorda che «la lingua inglese ha due parole per indicare i cacciatori: hunter e killer, il killer sappiamo cos’è; l’hunter è colui che rispetta le regole proteggendone la fauna nei limiti tali che la caccia sia uno sport e non una carneficina. Il regolamento redatto dall’Atc marsicano permette ai cosidetti selezionatori-killer (non tutti per fortuna) di operare come in una battuta regolare, quando la caccia è aperta. Come? Di comune accordo alcuni selezionatori, muniti di armi, in combutta con altri selezionatori e non, con i cani, ma senza armi, scovano la selvaggina e la indirizzano laddove c’è l’appostamento. Questo non è sport è semplicemente carneficina. Gli agricoltori hanno ragione a lamentarsi degli ingenti danni arrecati dalla fauna selvatica ai loro coltivi». La direttiva 462/17 prevede che il selezionatore si apposti nei pressi degli spazi aperti e coltivati e faccia non solo opera di selezione ma anche di deterrenza, poiché l’animale riconosce gli ambienti pericolosi e li evita. «Il cinghiale che sta rintanato nel folto del bosco», spiega Cerone, «che danni arreca? Il danno, casomai, è arrecato alla fauna stessa che, scovata dai cani, forse gravida, fugge e si imbatte in una persona armata di carabina. In più, aggiungo, alcune nostre montagne, soprattutto la domenica, sono frequentate da gente che fa trekking o passeggiate e senza gli appositi cartelli di avviso potrebbe succedere l’irreparabile. Io, come vicepresidente provinciale dell’Enalcaccia biasimo fortemente questa prassi e faccio appello, non solo alla associazioni venatorie ma anche e soprattutto ambientaliste di protestare e agire contro questa pratica scellerata; e coloro che l’hanno permessa facciano mea culpa e si dimettano».
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