«Cervi e cinghiali ci danneggiano» Agricoltori infuriati

30 Gennaio 2018

Dalla Valle Subequana la denuncia di alcuni imprenditori «La fauna selvatica cresce a dismisura, bisogna intervenire»

L’AQUILA. Ettari ed ettari di coltivazioni distrutte. Prodotti di pregio come tartufo e zafferano in pasto a cervi e cinghiali. Un danno enorme per gli allevatori della Valle Subequana, quantificabile in migliaia di euro, mentre i rimborsi tardano ad arrivare e si fanno sempre più risicati.
Da Tione degli Abruzzi a Fontecchio, da Opi a Goriano, è allarme fauna selvatica. Fino a qualche anno fa erano perlopiù i cinghiali, che si muovono in branco spinti dalla fame, a mettere a repentaglio il raccolto, ma adesso anche i cervi fanno la loro parte. Questi ultimi, infatti, sono animali protetti, che non possono essere cacciati, e come tali si riproducono molto velocemente.
«L’area interessata ricade all’interno del Parco Sirente-Velino, dove», fanno sapere Giuseppe Turavani e Alfio Iarossi, titolari di due aziende agricole e zootecniche, «la fauna selvatica sta crescendo a dismisura, a causa dei mancati controlli. In modo particolare il cervo, che non può essere abbattuto».
Una sessantina le aziende che operano tra Goriano Valli, Fontecchio, Opi e Fagnano e producono cereali, foraggio, ortaggi, zafferano, ma ci sono anche tartufai e vigneti.
«La competenza è del Parco Sirente-Velino», sottolineano Turavani e Iarossi, «ma, nonostante, le reiterate richieste, non è stata adottata alcuna misura preventiva per evitare che tutti i raccolti, ogni anno, vadano distrutti».
Qualche coltivatore si è attrezzato in proprio elevando recinzioni alte anche due metri e mezzo intorno agli appezzamenti di terreno, «ma questo metodo», evidenzia Iarossi, «può essere utile per coltivazioni di pregio come tartufo e zafferano, molto redditizie, e che sorgono su aree limitate. Diventa molto più oneroso recintare ettari ed ettari di terreno per evitare le incursioni degli animali selvatici e la conseguente distruzione totale del raccolto. I danni sono incalcolabili: cinghiali e cervi mangiano di tutto, addirittura bulbi e semina, vanificando gli sforzi degli agricoltori, che non riescono neanche a raccogliere il foraggio per le aziende zootecniche». Ma chi paga? «Possiamo contare», dicono Turavani e Iarossi, «solo sui rimborsi, anche se stiamo aspettando di incassare ancora gli indennizzi relativi al 2015». Pochi e in ritardo, i soldi che vengono erogati agli agricoltori, a ristoro dei danni subiti. «Le aziende ogni anno perdono dai 15mila ai 20mila euro di raccolto, per le incursioni della fauna selvatica», sottolineano ancora gli operatori. «Ma la normativa del 2014 prevede un tetto massimo di copertura dei danni pari a 15mila euro in tre anni. Significa non recuperare quasi nulla. Come se non bastasse, a effettuare le perizie dei danni sono i tecnici del parco Sirente-Velino, lo stesso ente che provvede ai pagamenti, mentre dovrebbero essere affidate a terzi». Le richieste degli agricoltori della Valle Subequana vanno dal reale pagamento dei danni subiti, all’abbattimento selettivo dei cinghiali e dei cervi in sovrannumero.
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