Chiesetta contesa: la diocesi dell’Aquila “batte” i proprietari

La Cassazione respinge l’istanza di possesso esclusivo da parte degli attuali titolari di Palazzo Ricci di Capitignano
CAPITIGNANO. La diocesi dell’Aquila ha il compossesso (che si potrebbe tradurre, se pur con una leggera forzatura, comproprietà) della chiesetta di San Domenico che si trova adiacente allo storico Palazzo Ricci (che è tutto privato) nella frazione di Mopolino nel comune di Capitignano. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha chiuso così un contenzioso civile che andava avanti da quasi dieci anni e che origina molto prima del terremoto del 2009. Il possesso “esclusivo” della chiesetta era stato chiesto ai giudici dall’attuale proprietà di Palazzo Ricci, un immobile carico di storia (addirittura è stato residenza estiva di Papa Pio VI) e che è stato splendidamente restaurato tra il 2012 e il 2015.
PALAZZO RICCI. Il palazzo fu fatto edificare nel XV secolo da Umberto Ricci, comandante equestre al servizio di Alfonso I d’Aragona e la cui famiglia controllava il territorio di Capitignano.
LA STORIA DELLA CHIESETTA. Il piccolo edificio sacro fu costruito nel 1579 come cappella di famiglia. Con il terremoto del 1703 la chiesa e il Palazzo Ricci subirono diversi danni. Il palazzo venne ricostruito nel 1783 grazie proprio all'interessamento di Pio VI, la chiesetta fu restaurata su disegno di una archistar dell’epoca, Giuseppe Valadier (1762-1839) che nel 1805 progettò, fra l’altro, la cupola della chiesa aquilana di Santa Maria del Suffragio. Sul portale d’ingresso è posto lo stemma gentilizio della famiglia Ricci. La facciata è a coronamento orizzontale. Il portale è riquadrato da una cornice in pietra arenaria. Sopra, è posta un’edicola rettangolare. L’interno è caratterizzato da un’aula rettangolare, suddivisa da dodici semicolonne in stucco e pietra. Nelle pareti laterali sono presenti quattro semicolonne con le nicchie e gli altari neoclassici in pietra e gesso. Ai lati degli altari di destra, le nicchie con Santa Teresa e Sant’Antonio. In quelli di sinistra le nicchie di San Giuseppe e Santa Angela. Nella parete presbiteriale è presente l’altare principale con una tela che raffigura una Madonna con Bambino e San Domenico. Papa Pio VI (Giovanni Angelico Braschi, sul soglio di Pietro dal 2 febbraio 1775 alla morte, prigioniero, in Francia, il 29 agosto 1799) concesse l’indulgenza plenaria a chi visita la chiesetta e anche altri privilegi di cui c’è ancora traccia su “targhe” in pietra all’interno della chiesa.
STORIA DEL CONTENZIOSO. La vicenda legale che si è chiusa di recente in Cassazione nasce più di venti anni fa. In base a quanto raccontano gli abitanti di Mopolino, la chiesetta, negli anni Novanta del secolo scorso, fu sottoposta ad alcuni lavori di consolidamento (del tetto in particolare) e restauro. Parte dei fondi pare siano stati raccolti fra la popolazione locale. I restauri furono seguiti dalla Soprintendenza e in particolare dalla dottoressa Bianca Maria Colasacco. Chiuso il cantiere, le chiavi del portone principale (ne era stato fatto uno nuovo) furono date all’allora parroco (prima le aveva bonariamente una signora che abitava nei pressi). Fu a quel punto che la proprietà di Palazzo Ricci cominciò a farsi sentire. La proprietà, a dire il vero, non ha mai vietato ai fedeli di frequentare la chiesetta (che ha una destinazione a edificio di culto). Voleva, però, che almeno le fosse chiesta di volta in volta una sorta di “autorizzazione”. Di qui screzi e malumori parzialmente risolti in prima battuta con la doppia chiave: una al parroco e una alla proprietà. Subito dopo il terremoto del 2009 la vicenda finì comunque prima davanti ai giudici del tribunale civile (2011), poi a quelli della Corte d’Appello (2017) e infine in Cassazione (2020).
LA DECISIONE. In sostanza la Cassazione, confermando le precedenti sentenze, ha affermato che nessuno dei due “contendenti”, è cioè la Diocesi e la proprietà di Palazzo Ricci, è riuscito a dimostrare l’esclusiva proprietà dell’immobile. Quindi, semplificando, se ne può fare un uso “promiscuo”.
CHE SUCCEDE ORA. Nel breve periodo non accadrà nulla perché la chiesetta, anche se non ha riportato danni irreparabili, dal 2016 è inagibile. Pare che sia stata avviata anche la pratica per il consolidamento (visto che è ricompresa nell’aggregato edilizio più grande). La speranza è che, con un minimo di buonsenso da parte di tutti, possano essere messi da parte i contrasti e fare in modo che torni fruibile un gioiello di storia e arte poco conosciuto ma forse unico nell’Aquilano.
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