Cibo e accoglienza nel nome di Celestino

21 Giugno 2016

Cresce il numero dei poveri che in città si rivolgono al centro

L’AQUILA. Le mani scorrono veloci sul tessuto; il movimento è in perfetta sincronia con la macchina da cucire. Si capisce anche da questo che, nonostante la giovane età, Jolly Silva è uno che nel suo mestiere non è proprio l’ultimo arrivato. Al centro di accoglienza dell’Aquila, gestito dal Centro Celestiniano, Jolly è arrivato alcuni mesi fa, assieme a tanti altri giovani che sono partiti dai loro Paesi in cerca di un futuro migliore. E qui Jolly, 18 anni, partito dalla Nigeria, ha un ruolo molto importante: rimettere a posto gli abiti donati al Centro Celestiniano, che saranno distribuiti tra tutti gli ospiti. In origine era la mensa di Celestino, quella che si trovava in via dei Giardini. Poi il terremoto, la nuova sistemazione a piazza d’Armi, e la nuova “missione” alla quale si sono dedicati i volontari: l’accoglienza dei profughi. Attualmente nel centro si trovano 44 immigrati, dopo che uno di loro è stato trasferito nell’ambito del programma di protezione umanitaria. «I ragazzi sono abbastanza autonomi», spiega Francesca Giorgi, «noi diamo una mano solo per quanto riguarda i documenti, l’assistenza sanitaria, le pratiche burocratiche». Per i pasti c’è la mensa che ogni giorno prepara da mangiare per un centinaio di persone. Oltre ai 44 migranti alla struttura si rivolgono tante famiglie in difficoltà. «Qualcuno», spiega ancora Francesca, «si vergogna di venire qui e allora, verso le 11, passa a ritirare un pacco con quello che è stato cucinato, e se lo porta a casa». Anche la tipologia di “utenti” non è più quella di un tempo. «Alle persone che ospitavamo in Via dei Giardini», aggiunge Francesca, «si sono aggiunte molte famiglie che una volta appartenevano al cosiddetto ceto medio. Persone che stavano bene, che hanno perso il lavoro e che ora rischiano di perdere la casa. Anzi, qualcuno l’ha già persa». Tra i tanti casi che Francesca ha visto passare c’è quello di un uomo che l’ha colpita in maniera particolare. «A quel signore avevano staccato le utenze. Era inverno e faceva molto freddo. Venne qui a chiederci della legna per riscaldarsi». A questa tipologia di utenti si aggiungono anche altre fasce: quelli che si sentono soli, e che alla mensa di Celestino trovano oltre a un pasto, anche un po’ di calore umano, oppure quelli hanno problemi con Equitalia o con le banche. «Abbiamo attivato uno sportello legale gratuito», spiega Alessandra Giorgi, «per chi ha questo tipo di problemi, che vi assicuro, in qualche caso sono davvero notevoli. Abbiamo già alcune cause in corso, con l’assistenza legale di un professionista romano». Tra le tante attività gestite dal centro anche uno sportello di ascolto, aperto due giorni a settimana, con la psicologa Anna Paola Vespa. «Con Carrefour», spiega ancora Alessandra, «abbiamo in corso una bella collaborazione. Col Fiorino che abbiamo vinto pensiamo di riprendere anche la distribuzione dei pasti a domicilio. Per fare questo, però, abbiamo bisogno di altri volontari. Anzi, vorrei ricordare che ne stiamo cercando 25 attraverso i bandi del servizio civile». A servire i pasti ci sono Teresa, Carlo, Annamaria ed Enrica. In cucina, a dare una mano, anche due ragazzi della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni. A guardarli in viso fa una certa impressione chiamarli “anziano”, ma è esattamente quello è scritto sui cartellini di Burgos, 21 anni, filippino, e Simmons, 20 anni, del Texas. Oltre a Jolly, c’è un ragazzo che fa il parrucchiere, ce ne sono altri che provengono dal Bangladesh che si danno da fare al mercato di piazza d’Armi, altri ancora che hanno trovato lavoro in una pizzeria. Il problema, osservano Serena Sciomenta (un’altra delle operatrici che seguono i migranti), e Francesca Giorgi, è quello che accade quando questi giovani vengono chiamati dalle commissioni che devono valutare la legittimità della loro permanenza in Italia. «Molti non superano i colloqui», concludono, «e, per la legge italiana, non hanno più diritto ad alcuna forma di tutela. Di fatto, diventano dei clandestini a tutti gli effetti».

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