Cicchinelli: io, ad Algeri in mezzo alla rivoluzione

7 Marzo 2019

È approdato nel Paese nordafricano 10 anni fa e ha fondato la Maison Mattei «È in atto una rivolta, sono fuggito per le vie della casbah con migliaia di studenti»

AVEZZANO. Sull'altra sponda del Mediterraneo, in terra d'Algeria, spira il vento del cambiamento, con manifestazioni quotidiane, cariche della polizia, lanci di fumogeni e idranti, per tenere a bada milioni di persone che si stanno riversando nella strade. Una rivoluzione, per ora pacifica, mirata a capovolgere il sistema di potere nel nome del vecchio e malato presidente Bouteflika.
Il Paese nordafricano sta diventando una polveriera e Augusto Cicchinelli, di Trasacco, approdato in Algeria 10 anni fa in rappresentanza del Gal Marsica, dove insieme ad altri amici ha fondato l'associazione “Maison Mattei” e aperto delle attività per la valorizzazione dei prodotti tipici italiani e abruzzesi, sta vivendo il «momento storico» in prima persona.
Da quanto tempo va avanti la protesta e perché?
«Il fuoco covava sotto la cenere da qualche mese: l'escalation c'è stata quando il presidente ha annunciato l'ennesima ricandidatura, una quindicina di giorni fa. Qui non si parla di “primavera araba”, ma di una rivoluzione pacifica, di una seconda Repubblica dopo quella del ’62, nata dopo la rivoluzione contro la Francia, col sostegno del nostro Enrico Mattei. Finora c'è stata soltanto una manifestazione degli universitari, dispersa dalla polizia con i lacrimogeni. L'otto marzo, domani, Festa della donna, è stata indetta una grande manifestazione nazionale, mirata a portare in strada milioni di persone».
Dove si protesta di più e qual è lo slogan più usato?
«Le manifestazioni sono iniziate in Cabilia e ad Algeri, dove sono più forti, anche per la presenza dell'Università, ma si sono propagate in tutta l'Algeria. Gli slogan più gettonati sono: “Dégagée: andate via e lasciate libera l'Algeria”; “Un solo eroe: il popolo”».
Le proteste sono mai degenerate, da una parte o dall'altra?
«Per ora no. Le manifestazione sono pacifiche. Non ci sono state vetrine spaccate, né panchine divelte o macchine bruciate. Solo slogan e striscioni, con gli stessi manifestanti a ripulire gli spazi delle proteste insieme agli operatori ecologici. È il contrario di ciò che succede spesso in Italia. Anche se mi sono trovato a scappare per le vie della casbah insieme a migliaia di studenti, per evitare le cariche della polizia».
Queste proteste potrebbero indurre gli algerini a fuggire verso l'Italia?
«Lo escludo in maniera categorica. Sui giornali spiegano che il cambiamento porta una speranza di sviluppo reale in Algeria, quindi, è esattamente il contrario».
Come vedono gli italiani?
«Per loro sono dei fratelli: sono i francesi che avrebbero voluto e che non hanno, questo perché gli italiani che sono stati qui, sin da sempre, hanno intrattenuto buoni rapporti, sostenuto la rivoluzione del ’62 con Enrico Mattei, mentre negli anni bui del 1980 al 1990, quelli del terrorismo islamico, gli italiani sono stati gli unici che sono rimasti in Algeria, continuando a credere in questo Paese. Qui c'è un apprezzamento generale per l'Italia».
Le proteste le guida qualcuno?
«Tutto ha il carattere della spontaneità. C'è un'opposizione al potere. Il Fronte delle forze socialiste e altri partiti minori, mentre ultimamente si sono messi in luce degli ex generali e diplomatici per organizzare un'opposizione; poi c'è qualche personaggio come il miliardario Rascid Nekkaz, una persona alla Sgarbi, che si è candidato a presidente. Ma questo popolo non si fa strumentalizzare facilmente».
Il consolato si fa sentire con gli italiani in Algeria? E che indicazioni ha dato?
«Ci hanno consigliato di fare attenzione e di restare quanto più possibile in casa, senza fare uscite inutili. Però a me piace stare in mezzo alla gente e non vedo pericoli. C'è soltanto un problema di traffico, dovuto alle manifestazioni».
Novità dell'ultima ora?
«L’unica, ma importante, novità è che a Batna i militari stanno manifestando contro Bouteflika, segno che anche loro iniziano a schierarsi contro questo sistema di potere. È un segnale».
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