Cimoroni candidata per L’Aquila Chiama

Ha 41 anni e lavora all’Arta: vogliamo risolvere il malcontento e la enorme disparità sociale in città
L’AQUILA. Ha 41 anni, lavora all’Arta e ha fatto la prima esperienza come candidata al consiglio comunale nella lista che sosteneva Ettore Di Cesare sindaco nelle elezioni comunali del 2012. Ora, invece, sarà proprio lei, Carla Cimoroni, a correre per la poltrona di sindaco dell’Aquila alle consultazioni di giugno. Sarà sostenuta dalla lista civica L’Aquila Chiama (Chi ama L’Aquila), nata dalla fusione di Appello per L’Aquila (Di Cesare) e L’Aquila Che Vogliamo (Vincenzo Vittorini). Alla presentazione della candidatura della Cimoroni ieri a Palazzo Fibbioni c’erano altri esponenti della lista, a cominciare da Vittorini e Di Cesare, con Annalucia Bonanni, Alessandro Tettamanzi e Roberto Capezzali. Sicurezza, a partire dalle scuole («un tema vitale», lo ha definito la Bonanni), e poi il lavoro («stiamo andando via perché la città non è più vivibile», ha rimarcato Capezzali), i trasporti («se i bus non passano non è colpa del terremoto, ma di chi gestisce i trasporti pubblici», ha sottolineato Tettamanzi), la gestione dei soldi per la ricostruzione («ci sono candidati che si presentano come “salvatori della patria”, ma in realtà è una classe politica che vuole insediarsi perché qui arriveranno tanti soldi», ha rilevato Vittorini).
È una città pronta a ricevere questo messaggio? «C’è molto malcontento, soprattutto per la grande disparità sociale», ha sostenuto la Cimoroni, «ed è stufa di questo tipo di politica. La ricchezza va meglio ridistribuita. Non dimentichiamo che ci sono famiglie che non vedono ancora ricostruita la prima casa e altre a cui hanno ricostruito seconda e terza casa. Noi puntiamo al ballottaggio e a governare questa città con gli aquilani».
«Una larga parte di cittadini non è incasellata nei sistemi», ha spiegato Vittorini, «non siamo collusi con nessuno e non abbiamo niente in comune con gli altri candidati sindaci».
«Ci accusano di strumentalizzare il problema della sicurezza nelle scuole», ha concluso la Bonanni, «ma se il Cotugno è chiuso per metà e nell’altra un ingegnere della Provincia – e non noi – ha scritto che il calcestruzzo non dà garanzie, sono altri che stanno strumentalizzando il fatalismo. La sicurezza degli edifici scolastici è un dovere politico, ma soprattutto morale. Ci sono 48 milioni fermi per le scuole e in questi anni, nonostante L’Aquila sia il simbolo del terremoto, nessuno li ha utilizzati».
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