Cinquant’anni fa la guerriglia urbana per il capoluogo

Il voto dello statuto regionale sulla doppia sede scatenò la folla A fuoco negozi, case di politici e sedi di partiti: celerini in azione
L’AQUILA. Dal 26 febbraio 1971 e per i successivi tre giorni L’Aquila fu messa a ferro e fuoco. Sono trascorsi 50 anni da quegli eventi (passati alla storia come i moti per il capoluogo), ma in tanti li ricordano ancora con orgoglio. Biagio Tempesta, qualche anno fa, quando era ancora sindaco dell’Aquila (lo è stato per 9 anni, dal 1998 al 2007 e prima, dal 1975 al 1990, era stato consigliere regionale per il Msi) parlò di «giorni meravigliosi e di rivolta di popolo contro chi aveva fatto scempio della nostra terra». Il compianto professor Alessandro Clementi, politicamente agli antipodi di Tempesta, le definì «le cinque giornate dell’Aquila». Ancora oggi in città c’è chi guarda con nostalgia (non per i vandalismi che ci furono, ma per lo spirito combattivo degli aquilani) a quel fine febbraio 1971 quando il consiglio regionale eletto per la prima volta nel maggio del 1970 fu chiamato a votare lo Statuto.
L’ARTICOLO 2. L’articolo 2 era quello sul capoluogo. L’Aquila fu indicata come capoluogo di Regione, ma all’articolo 45 si leggeva che “la Giunta si organizza in dipartimenti aventi sede con i propri uffici all’Aquila con tre componenti per gli affari generali e l’organizzazione regionale; a Pescara, con sette componenti, per gli affari economici e settoriali”. Quindi, in poche parole, le sedi di 7 assessorati su dieci, i più importanti, furono localizzate a Pescara e fu deciso che il Consiglio regionale e la Giunta “si riuniscono all’Aquila o a Pescara”. Quel voto, che avvenne in un clima di grandissima tensione fra equivoci, lanci di monetine, urla, imprecazioni di vario tipo, scatenò tre giorni di vera e propria rivolta che fu repressa duramente dalla polizia (la mitica celere). Tanti feriti, ma per fortuna nessuna vittima, e dopo pochi giorni, all’inizio di marzo, la situazione tornò sotto controllo senza però che gli articoli dello Statuto fossero in qualche modo modificati (e confermati praticamente con le stesse parole nel 2007 quando lo Statuto è stato aggiornato). Dopo 50 anni, negli aquilani che vissero in prima persona i fatti, resta l’amarezza per non avere potuto evitare quello che ancora adesso viene considerato uno “scippo” frutto di un accordo fra i principali partiti dell’epoca. E c’è chi ritiene che quella scelta ha influito molto sullo sviluppo socio-economico della città anche se ormai nessuno pensa più a riproporre la questione e tantomeno ad avviare “rivoluzioni”. I moti dell’Aquila del 1971 non si scatenarono per caso. In città tutti – sin dal voto del giugno 1970, quando fu eletto il primo consiglio regionale – erano convinti del fatto che L’Aquila sarebbe stata scelta come capoluogo con i relativi uffici annessi. Dalla sua parte c’era una storia secolare (fondata nel 1254) e tutta una vicenda di ripartizioni territoriali durante 7 secoli che al più potevano metterla in concorrenza con Sulmona, non certo con Pescara che era diventata capoluogo di una nuova Provincia solo nel 1927. La storia racconta che “il territorio attuale dell’Abruzzo si formò nel 1233 con la costituzione del Giustizierato voluto da Federico II di Svevia, con capoluogo Sulmona, città considerata in posizione centrale tra il mare e Napoli”. L’Aquila, anche volendo, non poteva essere scelta da Federico II perché in quel periodo doveva ancora nascere. In seguito, sono sempre gli storici che ce lo dicono, “il territorio del Giustizierato d’Abruzzo con Carlo I d’Angiò venne ripartito in due tronconi, con punto divisorio il fiume Aterno-Pescara: a Nord l’Abruzzo Ulteriore, con capoluogo Aquila e a Sud l’Abruzzo Citeriore, con capoluogo Chieti”. Tale assetto restò a lungo e questo spiega perché alla regione fu dato il nome di Abruzzi, al plurale, proprio in riferimento alle due “province”. Nel periodo napoleonico, all’inizio del 1800, l’Abruzzo Ulteriore fu diviso in due circoscrizioni, l’Abruzzo Ulteriore I con capoluogo Teramo e l’Abruzzo Ulteriore II, con capoluogo Aquila (senza la L e l’apostrofo, che verranno aggiunti nel Ventennio). Nel 1927 nacque la Provincia di Pescara (che prese un po’ di territori dalle altre province). Non va poi dimenticato che anche il Molise è stato a lungo considerato un tutt’uno con l’Abruzzo. Nella Costituzione del 1948 Abruzzi e Molise sono indicati come una sola regione. Nella “Carta” alle Regioni (e a Province e Comuni ) fu dedicato il Titolo V che contava una ventina di articoli. In particolare il 115 recitava: “Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i princìpî fissati nella Costituzione”. In quella fase non vennero indicati i “capoluoghi regionali”. La questione si porrà solo nel 1970 quando dopo diversi tentativi falliti (soprattutto negli anni Cinquanta) si arriverà a dare attuazione alla norma costituzionale sul decentramento regionale. Intanto, con la legge costituzionale numero 3 del 27 dicembre 1963, il Molise diventò Regione autonoma. Nell’elenco delle 20 regioni continuerà a comparire però ancora il nome “Abruzzi” al plurale.
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