Cocaina durante il coprifuoco: latitante preso, chiuso un B&b

I carabinieri hanno catturato anche l’ultimo indagato (dei 14 totali) colpito dalla misura cautelare Sigilli a un’attività ricettiva: non rispettava le norme anti-Covid. Era gestita da due dei sospettati
L’AQUILA. È stato arrestato l’ultimo indagato colpito dalla misura cautelare nell’ambito della maxi-operazione antidroga che ha portato all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare (6 in carcere, 4 ai domiciliari e 4 con l’obbligo di dimora all’Aquila) tra italiani e stranieri. Si tratta di Pelivan Xhafaj, 26 anni. La notte scorsa i carabinieri lo hanno rintracciato e arrestato in un comune dell’hinterland romano dove era fuggito per sfuggire agli inquirenti. Nel corso degli accertamenti i militari hanno perquisito un bed & breakfast del capoluogo, gestito da due indagati colpiti dall’obbligo di dimora nell’ambito della stessa operazione. Dai controlli amministrativi sono emerse irregolarità in merito alla normativa per il contenimento della diffusione del Covid-19 e per questo l’attività è stata sospesa. Tra i destinatari della misura in carcere ci sono Rosetta Cirelli, 32enne dell’Aquila (già detenuta nel carcere di Chieti) e il marito Enzo Gargivolo (40) da poco trasferitosi a Vasto, che, secondo le accuse, gestivano e coordinavano l’arrivo della droga (cocaina e hascisc) in città e la vendita al dettaglio; Carmelo Ferrara (65) residente a Cese di Preturo (già detenuto nel carcere di Napoli); gli albanesi Ervin Shahaj (19) residente a Sant’Angelo di Bagno; Zydian Togani (19) residente all’Aquila e Jurgen Nukaj (25) residente all’Aquila e raggiunto a Brescia.
Ai domiciliari sono finiti Giovanni Puleo (43) residente a Pomezia; Consuelo Festa di Terni (38); Mustafa Shehaj (58)e Lulezim Belaj (22) tutti residenti all’Aquila. Obbligo di dimora in città per Giuseppe Rondone (58); Giovanni Luca Rondone (28); Josif Pellumbi (20)e Paulo Cacaj (21). Gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di concorso nello spaccio di sostanze stupefacenti e favoreggiamento personale. Come documentato dagli investigatori, lo stupefacente, comprato sul litorale romano (ad Ardea e Pomezia), veniva trasportato all’Aquila a bordo di automobili di proprietà di fiancheggiatori incensurati. In città la droga veniva “tagliata” e suddivisa in dosi per poi essere rivenduta sulle principali piazze dispaccio. I pusher venivano contattati dai consumatori soprattutto attraverso le piattaforme social, nel tentativo di sfuggire a eventuali intercettazioni telefoniche.
Gli appuntamenti per le cessioni avvenivano nei pressi delle zone vicine ai centri commerciali e nei piazzali antistanti supermercati del centro cittadino o delle zone di Bazzano, Sassa, Coppito. (f.d.m.)
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