Colapietra: i miei 91 anni pungenti tra me e la città c’è incompatibilità

25 Novembre 2022

Tornato mezzo secolo fa: «Me ne pento, avrei dovuto fare il possibile per rimanere a vivere a Roma Non siamo al centro del mondo. Mai ricevuto un riconoscimento ufficiale? Mi limito a constatarlo» 

L’AQUILA. «Tra me e L’Aquila c’è quella che un tempo gli avvocati, nelle cause di divorzio, chiamavano incompatibilità di carattere. Tutto sommato, dopo 50 anni, mi pento di essere tornato qui». Di anni oggi ne compie 91, Raffaele Colapietra, il professor Colapietra per gli aquilani, storico colto, attento, pungente. Un compleanno dal retrogusto amaro, segnato dal conflitto irrisolto con la sua città, ma anche da una certa nostalgia per quello che poteva essere e non è stato e per un amore lontano, ma mai finito.
Come vive i suoi 91 anni?
«Sono nato nel 1931, il 25 novembre alle 10 di sera, nel giorno di Santa Caterina D’Alessandria. Da un punto di vista mentale direi di stare pressoché perfettamente: perfino la memoria, che è una delle cose che scompaiono prima, è rimasta ottima».
Ultimamente ha avuto un contrasto a distanza col sindaco, Pierluigi Biondi. Negli anni spesso è stato critico nei confronti della città. A cosa è dovuto?
«Attualmente i miei rapporti con L’Aquila non sono buoni, ma non per il sindaco: in fondo, è quello che la città può esprimere. Non voto da moltissimo tempo e in vita mia ho votato pochissime volte. Con la città e i cittadini non sono in buoni rapporti, quantunque questi mi vogliano bene e mi rispettino. Il problema è che troppo spesso sento parlare di Europa e di mondo per L’Aquila. Il terremoto ha dato agli aquilani la sensazione di stare al centro del mondo, ma così non è. L’Aquila è un’importante città della provincia italiana, niente di più. Bisogna avere questa idea complessiva della città».
Un’idea che gli aquilani, invece, secondo lei distorcono?
«I cittadini dovrebbero imparare la Mediocritas: mediocrità in italiano è un termine piuttosto negativo, ma in latino la Mediocritas di Orazio era l’equilibrio, il giusto mezzo che fa vivere bene. È una questione di proporzione e buon gusto. Si conferisce a questa città un ruolo protagonistico che non ha».
I suoi cattivi rapporti sono determinati anche dal fatto che, nonostante il suo impegno culturale di anni, non le è mai stato conferito un riconoscimento ufficiale?
«Ci sarà qualche motivo, che ha portato a questo. Non spetta a me dirlo. Mi limito a constatare. È come quando nelle cause di divorzio si parlava di incompatibilità di carattere».
Proprio in questi giorni, oltre al suo 91° compleanno, ricorre il 50° anno dal suo ritorno in città.
«Mi sono allontanato dall’Aquila nel 1956, quando avevo 25 anni, ero giovanissimo e il mio intento era di non tornare. Sono vissuto a Napoli e Roma, poi per un matrimonio fallito sono tornato all’Aquila giusto 50 anni fa, nel 1972: avevo 40 anni, ero in piena attività. Questo mi ha danneggiato in assoluto».
In che senso?
«Sono stato tagliato fuori dal giro nazionale: mi ero trovato in una situazione molto favorevole, mentre qui tutto è stato dimensionato in chiave regionale. La botte dà il vino che ha: la botte abruzzese è una botte in cui vale la pena bere il vino, sapendo però che non è il migliore».
E se potesse tornare indietro?
«Sono stato indotto a tornare: la separazione con mia moglie all’epoca fu inevitabile, sebbene solo di fatto e mai legale. Mia moglie era una donna che valeva la pena amare, una persona singolare, una profuga istriana dalla psicologia difficilissima. Già mentre le mettevo l’anello al dito sapevo di stare facendo una scommessa. Una scommessa che mi è andata male. Avrei dovuto fare il possibile per rimanere a Roma. Tutto sommato mi pento di essere tornato».
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