Colapietra: «Mai detto soccorsi lenti ad Amatrice»

27 Agosto 2016

L’AQUILA. «Mi mancano assolutamente gli elementi per poter esprimere un qualsiasi giudizio sullo svolgimento dei soccorsi ad Amatrice». Lo precisa lo storico Raffaele Colapietra, il quale smentisce...

L’AQUILA. «Mi mancano assolutamente gli elementi per poter esprimere un qualsiasi giudizio sullo svolgimento dei soccorsi ad Amatrice». Lo precisa lo storico Raffaele Colapietra, il quale smentisce alcune dichiarazioni a lui attribuite dall’agenzia di stampa Ansa (e riportate sul Centro di ieri) sul sisma del Centro Italia.

Ecco il pensiero espresso dal professore: «La mia posizione sul terremoto e sulla gestione dell’emergenza del 2009 all’Aquila è ben nota e documentata, attraverso una lunga serie di articoli e prese di posizione che non possono dare adito ad alcun equivoco né malinteso e soprattutto capovolgimento della verità. Anzitutto sono persuaso dell’attesa del terremoto. Il terremoto dell’Aquila era atteso e preventivato. Se ne attendeva una catastrofe su cui innestare il G8. Dalla morte doveva venire la vita: è quello che caratterizza L’Aquila rispetto a tutti gli altri terremoti mai avvenuti nella storia. In conseguenza di ciò, proprio perché era preventivato, e come suo esito ci doveva essere questo risultato atteso, il terremoto ha determinato di fatto una distruzione sociale molto maggiore di quella materiale. Da questa catastrofe si doveva far uscire il fiore del G8 per cui ad aprile, maggio e giugno non si è lavorato ad altro che a questo. Un evento che serviva esplicitamente a Silvio Berlusconi e non serviva all’Aquila né agli aquilani. Berlusconi è venuto 22 volte all’Aquila e ha avuto un ruolo personale in questa vicenda fino a novembre, dopodiché è sparito. L’esito catastrofico dell’evento doveva essere sottolineato dalla desertificazione della città, al di là dei danni. La città doveva apparire assolutamente spopolata e fin dalle primissime ore del 6 aprile c’erano pullman e camion che portavano gente sulla costa: tutto preparato fin dalle primissime ore. Persone in pigiama sono salite sul pullman e sono state portate a Pescara. Era predisposta una soluzione radicale che prescindeva dal terremoto. L’importante era che la città venisse desertificata nel più breve tempo possibile. E questa non è una soluzione, ma è la distruzione sociale di una città, essendo sparita la popolazione. Di questo particolarissimo aspetto del fenomeno si sentono ancor oggi le conseguenze. Il problema, monumenti e ricostruzione materiale a parte, è la socializzazione: manca il tessuto sociale che è stato distrutto in poche ore dalla Protezione civile. Mi mancano assolutamente gli elementi per poter esprimere un qualsiasi giudizio sullo svolgimento dei soccorsi ad Amatrice».