Collemaggio, sulle orme del Papa: cosa rimane dopo la storica visita

5 Settembre 2022

Niente più voci, applausi, cellulari sollevati. Qui tutto parla di misericordia, spiritualità, perdono E da giorni il rettore don Nunzio non fa che rispondere alle telefonate di chi vuole visitare L’Aquila

L’AQUILA. Qui una settimana fa, domenica 28 agosto, fra le 10 e mezzogiorno c’era Papa Francesco. Migliaia di persone affollavano il piazzale di Collemaggio. L’immagine della Porta Santa con davanti il Pontefice – che l’aveva appena aperta – vestito di bianco, sofferente ma in piedi e con in mano il Pastorale, ha fatto il giro del mondo. Di quell’avvenimento storico, sette giorni dopo, resta poco se si guarda semplicemente “all’apparato”. Il piazzale di Collemaggio – sgomberato da palchi, tribune, gazebo, sedie, pavimento in plastica, casse acustiche – sembra un campo arato male: un po’ di verde, il grigio della terra smossa, avvallamenti e buche. Non ci sono più voci, applausi, cellulari sollevati sulle teste per immortalare il momento. La prima impressione è che l’evento epocale – primo Papa ad aprire la Porta Santa di Collemaggio – sia finito già nel dimenticatoio. Bisogna andare oltre, oltre l’apparenza per toccare con mano che l’effetto Francesco non solo non è passato ma è destinato a restare nella mente e nei cuori della gente. Basta vedere come una decina di “turisti”, forse capitati per caso all’Aquila, guardano la Porta Santa. Non più, o non solo, luogo simbolo della Perdonanza donata all’Aquila da Celestino V nel 1294, ma anche la Porta di Francesco, davanti alla quale il vicario di Cristo si è sollevato dalla sedia a rotelle, ha battuto tre colpi col ramo d’ulivo, si è fermato un attimo in preghiera e poi è entrato nella basilica per andare a rendere omaggio al suo predecessore. La storia insomma è come se si fosse moltiplicata per due.
Chi va oggi a Collemaggio sente che qui tutto parla di spiritualità, di misericordia e di perdono. Il rettore don Nunzio Spinelli, come suo solito, è seduto in fondo alla basilica. Ieri mattina c’era in programma la celebrazione di un matrimonio. A Collemaggio, d’estate, non c’è domenica (salvo il periodo della Perdonanza) senza un rito nuziale. Don Nunzio da giorni risponde alle telefonate (gran parte da regioni limitrofe all’Abruzzo) di chi vuole venire all’Aquila a lucrare l’indulgenza. Francesco l’ha prolungata per un anno e c’è da credere che saranno tantissimi i pellegrini a giungere in città “chiamati” dall’invito del Pontefice e della Chiesa aquilana a riconciliarsi con se stessi e con il prossimo. «Qualcuno appena arriva cerca la Porta Santa e chiede perché non è aperta», afferma don Nunzio, il quale volentieri spiega e indica a tutti come lucrare l’indulgenza. Anche ieri mattina tanti hanno pregato davanti ai resti mortali di Celestino V. Due inginocchiatoi sono stati posti proprio nel punto in cui domenica scorsa ha sostato il Papa con a fianco il cardinale arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Petrocchi. Pregare davanti al mausoleo di Celestino è una delle modalità per lucrare l’indulgenza, le altre sono – oltre che entrare nella basilica – recitare il Credo, il Padre nostro e una preghiera secondo le intenzioni del Pontefice; accostarsi alla Confessione sacramentale e alla Comunione eucaristica entro gli 8 giorni precedenti o seguenti la partecipazione ad un rito in onore di Celestino V. Negli sguardi di chi arriva a Collemaggio si scorge la consapevolezza di trovarsi a ripercorrere le orme di due Papi: uno di oltre 700 anni fa e l’altro regnante legati da valori spirituali che hanno segnato e segnano la storia della Chiesa. Poco prima delle 11 la basilica si riempie. La cerimonia nuziale sta per iniziare. All’esterno, a due passi dalla porta dove è posto uno scivolo, arriva una macchina bianca simile a quella utilizzata dal Papa una settimana fa per gli spostamenti da e per l’elicottero. La porta dell’utilitaria si apre. Scende, sostenuta da un uomo giovane, un’anziana fra gli ottanta e i novanta. Qualcuno avvicina una sedia rotelle dove la donna si siede. Una settimana dopo, quindi, la scena è la stessa. C’è un’umanità sofferente che, sull’esempio del Papa, va avanti, apre le porte e le attraversa in cerca di misericordia, di speranza e di vita nuova.