«Colpo di grazia con un martello» Così è stato massacrato D’Amico

I medici legali Calvisi e D’Ovidio ricostruiscono in aula quanto accaduto nel garage dell’operaio dell’Asm Colpito venti volte con uno scalpello, poi la pesante arma per finirlo. L’uomo tentò di difendersi
L’AQUILA. Ieri mattina, nell’aula A del Palazzo di giustizia, i medici legali, sollecitati dal pubblico ministero e dagli avvocati dell’accusa e della difesa, hanno ricostruito attimo per attimo la dinamica dell’uccisione, nel pomeriggio del 22 novembre 2019, del dipendente dell’Asm, Paolo D’Amico, di 55 anni. È venuto fuori che si trattò di una feroce aggressione con tanto di colpo di grazia. L’udienza è stata l’ennesima del processo che vede imputato Gianmarco Paolucci, il ragazzo di 29 anni originario di Bagno accusato di avere assassinato l’operaio dell’Azienda municipalizzata aquilana nel garage dell’abitazione di D’Amico che si trova in via Colle Toma, una zona abbastanza isolata, nel comune di Barisciano, a poco più di un chilometro dalla frazione aquilana di San Gregorio.
COSA ACCADDE
Ecco cosa accadde – secondo la ricostruzione dei medici legali Giuseppe Calvisi (direttore di Anatomia patologica dell’Asl) e Cristian D’Ovidio (Università D’Annunzio) – quel pomeriggio del 22 novembre 2019 presumibilmente fra le 15 e le 17. I due esperti hanno fornito elementi molto tecnici per cui quella che segue è una semplificazione.
IN CASA
D’Amico quel pomeriggio era in casa, forse in cucina e non è escluso che avesse appena mangiato. A un certo punto indossa un giubbino perché deve uscire e fuori c’è una temperatura di una decina di gradi. Qui c’è una prima stranezza. L’operaio esce velocemente e pare senza scarpe, quindi solo coi calzini e fa una piccola rampa di scale. Forse aveva sentito dei rumori e magari voleva sorprendere (questo spiegherebbe perché scende senza scarpe) un ladro interessato alla marijuana che D’Amico essiccava nel garage? Questo forse non lo sapremo mai.
L’AGGRESSIONE
L’aggressione si consuma sull’uscio del garage. Il presunto ladro, poi diventato assassino, magari pensa di scappare ma si trova D’Amico davanti. Prende la prima cosa che trova a portata di mano. È uno scalpello da falegname. A quel punto comincia a colpire sulla parte sinistra del torace. Uno, due, tre fendenti. Alla fine i medici legali ne conteranno 20. L’operaio prova a fare qualcosa. Mette la mano sinistra davanti alla lama dello scalpello (detto anche cesello, che come noto ha la parte anteriore molto tagliente) e cerca di afferrare l’arma bianca. Questo gesto è provato dal fatto che ci sono ferite da taglio sulla mano sinistra di D’Amico che forse grida, impreca contro il suo aggressore che però non si ferma. Un colpo affonda nel polmone sinistro che come hanno detto i medici legali quando è “forato” si “sgonfia”. D’Amico sente mancare le forze anche perché le ferite hanno provocato emorragie. A un certo punto la vista gli si annebbia ma non è morto. Si accascia a terra e mentre questo accade viene raggiunto da almeno altri due colpi dati a casaccio che lo prendono al gluteo e nella zona scapolare. L’operaio stramazza al suolo proprio sull’uscio. A quel punto è inerme.
IL COLPO DI GRAZIA
E qui c’è il tragico finale. Secondo i medici legali l’assassino lascia il cesello e prende un grosso martello da muratore, quello che in gergo viene chiamata “mazzetta”. Colpisce sul cranio poco sopra l’orecchio destro. I medici durante l’autopsia troveranno il segno “a stampo” della mazzetta. Quando è stato colpito alla testa D’Amico era forse ancora vivo anche se non più cosciente. La morte è stata causata dal colpo di cesello al polmone e dal colpo con la mazzetta.
L’OCCULTAMENTO
L’assassino a quel punto cerca di nascondere il cadavere. Prova a sollevarlo dalle spalle ma non ce la fa. Allora lo prende alla base dei pantaloni (che si abbassano fin sotto l’inguine) e lo trascina dentro. Richiude alla meglio il garage e scappa. Prossima udienza il 6 luglio.

