Comitato cittadino in lotta: nel mirino finiscono i partiti

21 Febbraio 2021

Nel gennaio di 50 anni fa anche uno sciopero a difesa del capoluogo di regione Frattura insanabile con la classe dirigente, i primi obiettivi furono i politici

L’AQUILA. Il Comitato cittadino che si batteva per avere il capoluogo all’Aquila “senza compromessi” rappresentava un ostacolo non da poco per la politica (e in particolare per i due partiti maggiori) che aveva già preso la decisione di spacchettare gli assessorati e assegnarne sette a Pescara.
IL COMITATO. Nel gennaio 1971 il Comitato aveva avviato diverse iniziative (fra cui uno sciopero) tese a mobilitare la città e a tenere il fiato sul collo di chi da lì a qualche settimana avrebbe dovuto votare gli articoli più contestati dello Statuto fra cui il “famoso” articolo 2.
Era stata fatta girare voce che nel Comitato si fossero infiltrati agitatori fascisti, in linea, si diceva, con quello che era accaduto in Calabria dove il capoluogo era stato al centro della contesa tra Reggio e Catanzaro. Ma a leggere bene la ricostruzione dei due “moti”, quello di Reggio e quello dell’Aquila, le differenze sono sostanziali. In Calabria la protesta durò mesi e alla fine dovette intervenire perfino l’esercito. Si contarono sei morti, decine di feriti gravi e migliaia di arresti con processi ai principali esponenti di quella rivolta. All’Aquila tutto durò circa tre giorni e per fortuna non ci furono conseguenze fatali per le persone. Molti furono fermati dalla polizia nei momenti più “caldi” ma non risultano strascichi giudiziari clamorosi o processi passati alla storia cittadina (come, per molto meno, ci sono stati nel post-sisma 2009 e in particolare dopo la protesta delle carriole). L’unica analogia fu che anche in Calabria si arrivò a un accordo in base al quale capoluogo della regione è Catanzaro, dove hanno sede il presidente e la giunta, il consiglio regionale ha invece sede a Reggio Calabria, città a cui furono promessi insediamenti industriali per dare lavoro a una terra afflitta da una grave crisi economica (sulla realizzazione o meno di quelle promesse meglio stendere un velo pietoso).
LE ACCUSE. Il comitato cittadino, sin dall’inizio di febbraio, si sentì “obbligato” a rispondere alle accuse. In un documento pubblicato integralmente su L’Aquilasette si leggeva fra l’altro: “Il Comitato cittadino di azione ha rilevato che, da parte di esponenti politici locali, si sono espressi giudizi negativi sulla nostra attività”. Si ribadiva che “il lavoro del Comitato è improntato alla tutela dei sacrosanti diritti della città dell’Aquila che deve essere capoluogo unitario della Regione Abruzzo. Fanno parte del Comitato (sostenuto economicamente da una sottoscrizione popolare, ndr) cittadini di tutte le estrazioni sinceramente uniti dall’amore per L’Aquila. Respingiamo decisamente le accuse palesemente infondate che da qualche parte politica si muovono contro questo Comitato”. La chiusura del documento era un monito: “Sia chiaro che la responsabilità dei paventati compromessi ai danni dell’Aquila è esclusivamente degli uomini politici”. Questa ultima frase significava che ormai tra il “potere politico” e la gran parte dei cittadini si era creata una frattura insanabile. E se la cosa non può in alcun modo giustificare violenze e vandalismi dà l’idea del clima infuocato di quei giorni e del perché, quando il 26 febbraio 1971, a notte fonda, dopo il voto sugli articoli dello Statuto, scoppia la rabbia della gente, i primi obiettivi saranno i politici e le sedi dei partiti.
LA SOCIETÀ AQUILANA. Per inquadrare meglio il momento storico nel quale i moti si verificano vanno fatte anche delle premesse. L’Aquila, nel 1971, è una “città in cammino”. C’era già da tempo un grande fervore culturale (basti pensare al Teatro stabile e alle prestigiose istituzioni musicali) e l’autostrada per Roma aveva rotto un isolamento ormai non più sopportabile. Sull’autostrada, tempo prima, si era consumato un doppio scontro politico: prima sull’opportunità di quella realizzazione (polemiche che viste oggi appaiono incredibili) e poi se da Roma la grande arteria dovesse arrivare all’Aquila (per la quale spingeva il Dc Lorenzo Natali) o a Pescara (per la quale tifava il Dc Remo Gaspari). Ci fu pure in quel caso un compromesso per accontentare tutti e all’altezza di Torano venne fatta la deviazione verso L’Aquila con la realizzazione della galleria di San Rocco nel comune di Tornimparte. La tratta Torano-L’Aquila Ovest venne aperta al traffico il 14 settembre 1969. Per arrivare all’Aquila Est si dovrà attendere il 1975 e per Assergi il 1979. Anni dopo fu aperto il traforo del Gran Sasso per dare all’Aquila un più veloce sbocco al mare, passando per Teramo. In quegli anni cambiava anche la società aquilana.
IL POLO ELETTRONICO. Non fu solo l’autostrada a rompere metaforicamente le secolari mura cittadine. La nascita di quello che oggi viene comunemente definito Polo elettronico, che al massimo delle sue fortune ebbe più di 5.000 occupati senza contare l’indotto, creò una cesura nella storia cittadina. Nel XIII secolo, alle origini dell’Aquila, fu la classe emergente del cosiddetto contado a fondare la città per svincolarsi dal potere feudale fatto di tanti piccoli tiranni sparsi sul territorio e rendersi autonoma per fare i propri affari senza troppi lacci e pagando le tasse solo al re, che diventava così il garante dei nuovi equilibri. La nascita del Polo elettronico (in particolare fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso) porterà migliaia di persone a lavorare in città che così, a loro volta, si svincoleranno da quella sorta di sistema feudale rappresentato nei paesi dalle famiglie patriarcali e da un mondo chiuso, ancora fortemente legato alla civiltà contadina, che non dava eccessive prospettive. L’accresciuta ricchezza delle famiglie porterà ossigeno al commercio creando nuovi ricchi e aspiranti “nobili” vogliosi di entrare in quella élite cittadina in gran parte autoreferenziale di cui ancora oggi ci sono tracce profonde (il post-sisma ne ha fatte riemergere un bel po’). Anche il turismo, soprattutto quello legato agli impianti per lo sci sul Gran Sasso, cominciava a prendere piede dando parecchio fiato ai locali per la ristorazione.
CAMBIO EPOCALE. Su L’Aquilasette del 5 febbraio 1971 si possono rintracciare elementi significativi di un cambiamento epocale ormai irreversibile. C’era chi si lamentava del chiasso provocato nel centro storico da giovani che affollavano un locale notturno (magari quegli stessi giovani che oggi, anziani, protestano per la stessa cosa), un articolo parlava di un ballo in maschera a Campo Imperatore (con l’elezione di miss e mister carnevale) e delle iniziative del Circolo aquilano, con una “breve” si facevano gli auguri allo storico Gioacchino Volpe in occasione dei suoi 95 anni. Volpe sarebbe morto pochi mesi dopo, il primo ottobre 1971. E poi alcune rubriche gustosissime come “La cianchetta” e “Ju poerome”, che mettevano alla frusta vizi e virtù aquilane.
Anche il cinema aveva preso piede. In centro storico c’erano ben quattro sale: il Massimo, l’Imperiale, il Rex e l’Olimpia e in quel febbraio di 50 anni fa si proiettavano fra gli altri “Tora tora”, “Quel caldo maledetto giorno di fuoco”, “I due maghi del pallone” (quest’ultimo con Franco e Ciccio). La giunta comunale, su parere della commissione toponomastica, aveva dato il nome a ben 136 strade fino ad allora anonime o al massimo identificate con numeri. Era insomma una città che era entrata a pieno titolo nella modernità e si stava dando un’identità anche attraverso il ricordo, impresso sulle targhe stradali, dei suoi figli illustri. Quell’identità aveva però bisogno di un riconoscimento da tutta la regione. Dunque sul capoluogo non potevano esserci mezze misure. (4-continua)
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