Condannato a 6 anni per aver abusato di una paziente

TRIESTE. Lei era visibilmente confusa. Lui ne ha approfittato. Lei era una paziente. Lui un operatore di una struttura di salute mentale. Per quello stupro, avvenuto durante un convegno a Trieste,...
TRIESTE. Lei era visibilmente confusa. Lui ne ha approfittato. Lei era una paziente. Lui un operatore di una struttura di salute mentale. Per quello stupro, avvenuto durante un convegno a Trieste, Gino Falcone, 50 anni, l’operatore residente all’Aquila che, stando ai siti Internet, è ben introdotto nel mondo del cinema come regista e come produttore di pellicole alternative, è stato condannato a sei anni. «La sentenza», che fa seguito agli esiti della perizia sulla vittima, «è stata pronunciata dal giudice del tribunale di Trieste Filippo Gullotta che ha presieduto il collegio composto da Massimo Tomassini e Giorgio Nicoli. Il pm Lucia Baldovin aveva chiesto una pena di sette anni e mezzo. Il difensore l’avvocato Sergio Mameli si era battuto per l’assoluzione sostenendo in aula che i rapporti tra i due fossero stati consenzienti e che non vi fosse quindi stata violenza da parte dell’uomo. La parte civile è stata rappresentata dall’avvocato Raffaella Delfino di Genova. La vicenda è iniziata nel febbraio 2007 quando Falcone, che non era presente in aula alla lettura della sentenza, aveva preso parte a un convegno destinato agli operatori del dipartimento di salute mentale. Secondo l’accusa, dopo il primo stupro, l’operatore e la paziente si erano rivisti più volte sino all’agosto successivo e Falcone, anche durante quegli incontri, aveva approfittato della condizione di difficoltà psichica della donna. Il pm Baldovin ha ribadito che la vittima non era in grado di opporsi a Falcone perché, a causa della sua situazione, era come una bambina di 4 o 5 anni. Secondo i tre periti d’ufficio Mario Novello, Bruno Norcio e Francesca Santoro – sentiti nella precedente udienza – si è trattato di abuso sessuale e plagio sentimentale. In quel periodo la donna si trovava «in condizioni di inferiorità psichica rilevante» e la cosa «era nota a Falcone». Dunque «il consenso non può essere ritenuto valido» poiché la donna «non era in condizioni di esprimere un dissenso». (c.b.)
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