Condomini e aggregati Le assemblee? Un delirio

C’è chi chiede il doppio bagno, il terrazzino più ampio o le vetrate cielo-terra “Reportage” dall’interno sulle riunioni dei proprietari. E i cantieri non partono
L’AQUILA. La ricostruzione dell’Aquila non passa solo attraverso scelte politiche o burocratiche. C’è tutto un mondo sommerso che viene a galla di rado (magari perché ci mette mano la magistratura) che ha il suo cuore pulsante nelle cosiddette assemblee di aggregato o di condominio. È lì che in base alla legge si fanno le scelte su come ricostruire gli immobili danneggiati ricompresi negli aggregati, e si appalta. Queste assemblee spesso si svolgono in un clima surreale in cui viene fuori il peggio del peggio del cittadino proprietario. Per saperne di più ho chiesto a quattro amici che partecipano regolarmente alle assemblee di mettere nero su bianco ciò che vedono e sentono. Quello che segue è quasi un copia incolla del primo “racconto” che è arrivato in redazione. Si tratta di un aggregato-condominio nel centro storico dell’Aquila: «La tensione sale già quando sulla casella mail trovi la convocazione da parte dell’amministratore. Tutti i programmi per il giorno in questione vengono rimandati, perché ogni assemblea potrebbe essere quella decisiva. Ma alla fine di decisivo c’è davvero poco. In sette anni ho visto riunioni protrarsi fino alle due del mattino, inquilini vomitare insulti sui vicini di casa, donne di mezz’età sbattere sui tavolini cartelle piene di fogli di cui ancora non conosco il contenuto, accompagnando al boato sonore parolacce. Ho visto tecnici giocare a nascondino con i colleghi, farsi negare per telefono o disertare gli appuntamenti e inquilini che cercano di portare nella propria “banda” vicini di casa di cui neanche immaginavano l’esistenza prima del terremoto, magari con piccoli doni o lunghe telefonate. Ho visto riunioni “massoniche” a cui solo una parte dei condòmini era stata invitata. Ho visto progetti studiati e modificati, poi stracciati e rifatti daccapo. Senza peraltro ottenere un risultato molto diverso dal precedente. Ho visto benefit scomparsi per via del continuo cambio di regole, minacce di tutti contro tutti, dicerie, voci e pettegolezzi su ogni fronte, richieste incomprensibili e disonorevoli. Sì, perché nel delirio collettivo, in un momento in cui si hanno a disposizione soldi che forse nessuno degli inquilini avrebbe avuto modo di vedere neanche dopo una vita di sacrifici, è come se scattasse un’ansia ad avere sempre di più. Quello che c’era non basta. Si vuole di più e meglio, ovviamente a spese dello Stato, senza cacciare un euro: quel secondo bagno di cui c’era assoluto bisogno (ma di cui hai fatto a meno fino al 2009), quel terrazzino un po’ più ampio, il parquet a posto delle mattonelle, le vetrate cielo terra e (perché no?) un garage un po’ più comodo o il rivestimento più prezioso. Una serie infinita di richieste, accompagnata da astio e malafede che anziché portare alla soluzione dei problemi e alla ricostruzione, rischiano di condurre verso il ritiro di un contributo già erogato. Mentre in tanti si lagnano per non essere entrati ancora nei famosi “elenchi” del Comune, c’è ahimè chi ne fa parte già da un po’, ha i soldi in cassa e non li spende. Anzi, pur di non far partire i lavori, si mette a braccia conserte dentro il cantiere della ricostruzione, per un sit-in di protesta. Perché? Perché, dice: “l’amministratore è un ladro” e la ditta è “sull’orlo del fallimento almeno così mi hanno riferito amici di parenti di conoscenti ben informati”, perché “prima o poi emergerà la verità su questa losca storia”, in cui tutti hanno “mangiato" o semplicemente perché “tanto io vivo in un’altra città e questo era solo l’appartamento da affittare agli universitari”. E così via con denunce, inchieste, blitz delle forze dell’ordine, accuse, minacce, improperi e chi più ne ha più ne metta, in questo gioco al massacro in cui a perdere siamo tutti: noi condòmini, costretti ancora nei progetti Case, le tante persone anziane che non sono mai riuscite a rivedere la propria abitazione, quella per cui hanno investito tutti i propri sacrifici, e la città intera che continua a tenere aperte voragini, di terra e rancore, al posto dei palazzi». Un secondo racconto, più breve, arriva invece da una persona che fa parte di un aggregato del centro storico di una frazione aquilana. «Fra i soci dell’aggregato» scrive «si creano le fazioni: guelfi e ghibellini, maggioranza e opposizione. Ognuno vuole imporre la propria ditta pensando a vantaggi personali. Come in parlamento ci sono cambi di casacca con passaggi (volontari?) di consorziati da una “fazione”all’altra perché si costituisca una maggioranza solida per dare corpo a tendenze prima contestate e a volte bloccate.Con manovre sottobanco gli spazi non residenziali tendono a divenire residenziali; una unità immobiliare ampia si tenta di farla divenire luogo ricettivo turistico pur sapendo che non è possibile ma si è convinti che il progettista riuscirà a trovare la soluzione e la ditta sarà pronta a realizzarlo».
1 - continua

