«Consigliata una terapia con antibiotici»

19 Marzo 2016

Il direttore di Malattie infettive, Grimaldi: bisogna indagare sulle cause, ma eviterei allarmismi

Professor Alessandro Grimaldi, direttore dell’Unità operativa di malattie infettive del San Salvatore dell’Aquila. Cos’è la febbre suina?

«Un virus influenzale isolato, inizialmente, proprio sui suini, che provoca un’infezione acuta virale delle vie respiratorie. Dai suini può essere trasmesso all’uomo in quanto questi animali sono “potenziali servatori” del virus stesso. Nei maiali raramente è letale, ma dà la guarigione in 7/10 giorni».

Come si trasmette?

«Tramite contatto diretto con l’animale, soprattutto per mezzo delle mani, ma non per via alimentare. La trasmissione diretta è più frequente da uomo a uomo, per via respiratoria e con contatti stretti».

Quali i rischi per l’uomo?

«Le persone che entrano in contatto con il virus possono sviluppare la malattia che quasi sempre si manifesta con febbre, sintoni respiratori, mal di gola, dolori articolari, affaticamento. Ma nei soggetti debilitati, o affetti da malattie croniche come insufficienza cardiaca e diabete, può portare a complicanze, come insufficienza respiratoria grave».

È questa la causa principale del decesso?

«Le cause del decesso possono essere due: polmoniti batteriche virali, dovute al virus, o insufficienza respiratoria acuta. Quest’ultima può essere particolarmente grave, tanto da indurre al ricovero in centri di terapia intensiva».

Se si contrae il virus della febbre suina (A/H1N1), quale profilassi è indicata?

«Occorre reidratare il paziente, somministrare l’antibiotico in caso di complicanze batteriche e provvedere all’assistenza respiratoria, in caso di insufficienza respiratoria grave, che spesso è la causa del decesso. Il periodo di incubazione è breve: da uno a 7 giorni».

Come si è arrivati alla morte delle due sorelle di Sulmona, nonostante la diagnosi precoce della malattia?

«Con molta probabilità, le pazienti avevano sviluppato la forma più grave della patologia, caratterizzata da complicanze respiratorie. Entrambe erano affette, infatti, da malattie croniche debilitanti. Trattandosi di familiari, il contagio è avvenuto per via diretta».

Quanto è giustificato il clima di allarmismo che si sta creando intorno al caso?

«Quello di Sulmona sembrerebbe un micro-focolaio isolato, anche se occorre fare tutte le indagini del caso relative ai contatti stretti tra le donne decedute e il padre. Ma non è il caso di creare ingiustificati allarmismi. Va considerato che il paziente rimane contagioso per circa sette giorni. Non oltre. Nel 2009 vi è stata una diffusione molto più vasta della febbre suina: all’Aquila, dopo il sisma, gran parte della popolazione era ammassata nelle tendopoli, a contatto diretto. In quell’occasione valutammo tutte le precauzioni necessarie, ma nei limiti di quelle che sono le caratteristiche e le peculiarità di diffusione di un eventuale contagio».

Monica Pelliccione

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